6 Ottobre 2026, martedì
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A Verbania l’acido non basta: “Non tentò lo sfregio, la vittima poté lavarsi subito”

Il giudice esclude l’intento di deformare il volto della ex compagna: il liquido usato era troppo diluito e l’immediato risciacquo evitò lesioni permanenti. Condanna a tre anni per l’aggressore, fra polemiche e timori della parte offesa.

La scena si consuma in pochi minuti, all’interno di un salone da parrucchiera di Verbania. È il 28 dicembre dello scorso anno quando un uomo di 64 anni entra nella bottega della ex compagna e, in un crescendo di violenza, le rovescia addosso due flaconi di acido muriatico. La donna viene raggiunta da schizzi su capelli, collo e viso. Una dinamica che, per la sua brutalità, richiama alla mente i tragici casi di sfregio permanente. Eppure, secondo il giudice, qui non si configura quel reato.

Nelle motivazioni depositate il 12 novembre, il gup Mauro D’Urso chiarisce perché ha escluso il tentativo di deformazione dell’aspetto: l’acido cloridrico contenuto nel prodotto, al 6,5%, non sarebbe stato idoneo a provocare “in concreto” danni irreversibili. A fare la differenza, sostiene il magistrato, sono stati due elementi: la bassa concentrazione del liquido e la possibilità, immediata, di lavare via l’acido nel locale stesso, senza dover attendere “i circa quindici minuti necessari per la cristallizzazione della lesione”.

Grazie al risciacquo tempestivo, la donna non ha riportato cicatrici né lesioni profonde. Una circostanza che, nel ragionamento del gup, sposta l’inquadramento giuridico dell’accaduto “al di fuori dei confini” del reato di tentata deformazione: l’imputato viene quindi ritenuto responsabile di tentate lesioni gravissime, non dello sfregio. Nonostante ciò, il giudice sottolinea che “in nulla si indulga rispetto alla gravità della condotta delittuosa”, definita comunque violenta e pericolosa.

La sentenza porta a una condanna a tre anni di reclusione, in linea con la richiesta del pubblico ministero, ma con una riqualificazione dei capi d’imputazione: tentate lesioni gravissime invece di tentato sfregio, minacce anziché stalking. E le minacce non erano certo mancate nei giorni precedenti: l’uomo aveva inviato messaggi inquietanti alla ex compagna, frasi come “quegli occhi potrebbero non vedere più” o “l’acido brucia bene”, accompagnate da ammonimenti dal tono intimidatorio, “guardati le spalle” e “se vai dai carabinieri per te è finita”.

Oggi il 64enne si trova ai domiciliari, ma sulla misura non si spegne la polemica. L’avvocata della donna giudica la pena inadeguata rispetto alla gravità del contesto: “Non mi sembra particolarmente severa, come a mio avviso dovrebbe essere nei casi di violenza di genere”, afferma. Secondo la legale, chi compie atti di questa portata “ha bisogno di tempo per riflettere su quanto ha fatto”, un tempo necessario non solo all’espiazione, ma a comprendere la gravità del gesto e intraprendere un reale percorso di rieducazione.

A preoccupare ulteriormente la parte offesa è l’istanza presentata affinché l’uomo ottenga il permesso di recarsi al lavoro in un’area distante pochi chilometri dall’abitazione della donna. Una prospettiva che l’avvocata respinge con fermezza: “Siamo contrarissimi, perché non è stato ancora espresso un chiaro giudizio sulla sua attuale pericolosità sociale. Speriamo – avverte – che non sia un’altra cronaca di una morte annunciata”.

Una vicenda che intreccia violenza privata, sfumature giuridiche e inquietudini molto concrete: la linea sottile tra ciò che è accaduto e ciò che avrebbe potuto accadere resta il punto più inquietante di un caso che, al di là delle definizioni tecniche, racconta ancora una volta la vulnerabilità delle vittime di violenza nelle pieghe del quotidiano.

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