Chiara Appendino decide di affrontare il tema che oggi attraversa la politica come una frattura profonda: l’astensione. Un esercito silenzioso di cittadini che, elezione dopo elezione, rinuncia a entrare nella cabina elettorale, convinto che il proprio voto non sposti nulla, che la politica non cambi più il destino delle persone.
Appendino parte da qui, da quella “ferita” che, scrive sui suoi canali social, riguarda “più di chiunque altro” il Movimento 5 Stelle. Il motivo è identitario: “Siamo nati per dare voce a chi non ne aveva, per trasformare la rabbia in partecipazione e l’apatia in energia”. È una dichiarazione che suona allo stesso tempo autocritica e programmatica. Perché se un pezzo consistente di Paese si è allontanato, il M5S — a suo avviso — ha il dovere di tornare laddove era nato: “tra chi si sente escluso”.
La deputata non nasconde la complessità del momento. Parla di milioni di persone “stanche e sfiduciate”, che non si sentono rappresentate. Una distanza che non può essere colmata, sostiene, con le consuete alchimie parlamentari o con un dibattito autoreferenziale. Il 2026, anno cruciale per il Movimento, dovrà essere “il tempo per parlare della vita reale delle persone, non delle formule politiciste o degli accordi di palazzo”. Una scansione temporale che diventa quasi una promessa di metodo: tornare sul territorio, affrontare problemi concreti, elaborare proposte radicali, non cosmetiche.
Secondo Appendino, è proprio “nelle ferite aperte del Paese” che si misura la capacità di contrastare l’azione del Governo e di elaborare un’alternativa credibile. Non soltanto un’opposizione parlamentare ma una presenza politica capillare, che ricostruisca un rapporto con chi oggi non si riconosce più in alcuna offerta politica.
Da qui si innesta la seconda parte del suo intervento, dedicata a “Nova 2.0”, il cantiere programmatico avviato dal Movimento. Appendino lo definisce uno strumento necessario, purché diventi un vero spazio politico: “aperto al Paese e radicale nei temi”. Un luogo in cui elaborare un nuovo patto di fiducia con i cittadini, un patto che non può che poggiare su risposte precise e misurabili.
Le propone una per una: rafforzare la sanità pubblica con servizi accessibili e tempi certi; contrastare le disuguaglianze salariali con la legge Olivetti; introdurre nuove tutele per i lavoratori esposti all’automazione e all’intelligenza artificiale; varare una millionaire tax; dare più futuro ai giovani con il voto ai sedicenni, la fine degli stage gratuiti e il salario minimo; costruire un sistema di sicurezza che guardi ai crimini tradizionali e a quelli generati dalle nuove tecnologie; sostenere chi produce con energia a prezzi stabili, semplificazioni reali e un fondo di riqualificazione; affrontare l’emergenza abitativa con un piano straordinario che impedisca a studenti e lavoratori di essere espulsi dalle città dove vivono.
Un’agenda fitta, che punta a trasformare la fiducia in un bene politico misurabile: più equità, più servizi, più protezione sociale. “Ricostruirla è difficile, nessuno deve fingere il contrario”, ammette Appendino. Ma aggiunge che, per il Movimento, non esiste missione più importante.
Il suo intervento, lungo e articolato, sembra dunque delineare una rotta: tornare tra gli esclusi, ricostruire un patto con il Paese reale, affrontare le cause profonde dell’astensione. Con un’avvertenza che suona come una sfida tanto interna quanto esterna: il coraggio non è uno slogan, ma una pratica politica. E il 2026, avverte, sarà il banco di prova decisivo.
