Si è spenta a 72 anni Anna Laura Braghetti, una delle figure più complesse e controverse della stagione delle Brigate Rosse. La notizia della sua morte è stata diffusa dalla famiglia, che in una breve nota ha annunciato la scomparsa avvenuta “circondata dall’amore dei famigliari e degli amici”. I funerali, come si legge nel comunicato, si svolgeranno in forma strettamente privata.
Dietro quel nome, che per decenni è rimasto legato al capitolo più drammatico della storia repubblicana, c’è una vicenda umana e politica segnata da scelte radicali, dalla clandestinità al carcere, fino a una lunga e silenziosa ricerca di riscatto attraverso l’impegno nel sociale.
Nata nel 1952, cresciuta nell’Italia attraversata dalle tensioni politiche degli anni Settanta, Braghetti si avvicinò all’ambiente della sinistra extraparlamentare, per poi entrare nelle Brigate Rosse. Fu una delle militanti della colonna romana, coinvolta direttamente nel sequestro di Aldo Moro, il presidente della Democrazia Cristiana rapito il 16 marzo 1978 in via Fani e tenuto prigioniero per cinquantacinque giorni.
La Braghetti viveva all’epoca in un appartamento di via Montalcini 8, a Roma, l’ormai tristemente celebre prigione del popolo in cui Moro trascorse la sua detenzione fino all’uccisione, il 9 maggio di quello stesso anno. L’immobile era formalmente intestato a lei, e in quelle stanze si alternavano i militanti della colonna romana delle Brigate Rosse, tra cui Mario Moretti. Dopo l’assassinio di Moro, Braghetti riuscì a sfuggire per alcuni anni alla cattura, fino al suo arresto nel 1980.
Condannata all’ergastolo per il suo ruolo nel sequestro, trascorse oltre vent’anni in carcere. In quegli anni, secondo chi l’ha conosciuta dietro le sbarre, maturò un profondo percorso di riflessione personale, allontanandosi dalla logica della lotta armata e avvicinandosi invece alle esperienze educative e di sostegno sociale.
Fu protagonista di iniziative rivolte alla rieducazione e al reinserimento dei detenuti, collaborando con volontari e associazioni impegnate nel mondo carcerario. Un impegno che proseguì anche dopo la libertà condizionale ottenuta nel 2002, quando Braghetti scelse di vivere lontano dai riflettori, dedicandosi al lavoro sociale e al sostegno delle persone fragili.
Nel 1988 aveva raccontato la sua esperienza nel libro Il prigioniero, scritto insieme a Paola Tavella: un testo che offriva, per la prima volta, uno sguardo dall’interno sulla quotidianità del sequestro di Aldo Moro e sulla realtà della casa di via Montalcini. Il racconto, sobrio e senza giustificazioni, restituiva la tensione e la disumanità di quei giorni, filtrate dallo sguardo di una donna che aveva condiviso da vicino la prigionia dello statista.
Da allora, Braghetti aveva scelto il silenzio. Nessuna intervista, nessuna apparizione pubblica, solo un costante lavoro nel sociale. Per chi l’ha incontrata negli ultimi anni, era una donna schiva, riservata, consapevole del peso della propria storia ma determinata a restituire alla società, in modo discreto, qualcosa di diverso.
Con la sua morte si chiude un’altra pagina della generazione che segnò con la violenza politica gli anni più bui della Repubblica. Una pagina che continua a interrogare il Paese sul senso della memoria, del perdono e della possibilità del cambiamento.
