Una delle icone dell’industria italiana delle bevande si ritrova al centro di un caso giudiziario dai contorni miliardari. Su disposizione della Procura di Monza, la Guardia di Finanza di Milano ha eseguito un sequestro preventivo di oltre 1,2 miliardi di euro nei confronti della Lagfin Sca, la holding lussemburghese che detiene il controllo del gruppo Davide Campari Milano.
Il provvedimento, firmato dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Monza, rientra in un’inchiesta che ipotizza i reati di “dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici” e la “responsabilità amministrativa delle persone giuridiche”, secondo quanto previsto dal decreto legislativo 231 del 2001.
L’indagine, coordinata dal procuratore Claudio Gittardi, trae origine da una verifica fiscale condotta dalle Fiamme Gialle nei confronti di Lagfin. Al centro dell’attenzione, un’operazione straordinaria di fusione per incorporazione attraverso la quale la holding lussemburghese ha assorbito la propria controllata italiana, detentrice del pacchetto azionario di maggioranza del gruppo Campari.
Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, al momento della fusione non sarebbero state dichiarate plusvalenze per oltre 5,3 miliardi di euro, riconducibili alla cosiddetta “exit tax”, l’imposta dovuta nel momento in cui una società trasferisce all’estero la propria sede o i propri asset. Le somme, sostengono gli investigatori, non sarebbero state tassate “al momento della loro fuoriuscita dal territorio nazionale”, in apparente violazione della normativa fiscale italiana.
Dalle analisi della Guardia di Finanza emerge inoltre un quadro ritenuto particolarmente sofisticato. Gli accertamenti avrebbero infatti evidenziato che, pur avendo formalmente trasferito gli asset della società italiana a una branch domestica di nuova costituzione, la gestione effettiva delle attività finanziarie sarebbe rimasta appannaggio della casa madre estera, con il rischio – secondo la tesi accusatoria – di una manovra meramente formale volta a eludere la tassazione in Italia.
Il sequestro, disposto per un valore complessivo pari a 1,2 miliardi di euro, è stato eseguito mediante l’apposizione di un vincolo sulle azioni ordinarie della società partecipata dalla holding lussemburghese, fino a concorrenza dell’importo corrispondente all’imposta che, secondo la Procura, non sarebbe stata versata all’atto del trasferimento.
Il caso rappresenta uno dei più rilevanti interventi giudiziari recenti in materia di fiscalità internazionale. La misura cautelare, di proporzioni eccezionali, mette nel mirino un gruppo che nel tempo ha costruito una delle più importanti realtà del settore beverage a livello globale, con marchi storici e una presenza consolidata nei mercati internazionali.
Al momento, non risultano dichiarazioni ufficiali da parte di Campari Group o della stessa Lagfin, ma il procedimento monzese segna un passaggio delicato nella complessa partita tra multinazionali e fisco, in un contesto in cui l’attenzione degli inquirenti italiani si concentra sempre più sulle dinamiche di ottimizzazione fiscale e sui confini – talvolta sottili – che separano la pianificazione lecita dall’elusione tributaria.
Il procedimento è ora nelle mani del gip di Monza, che dovrà valutare nel dettaglio le contestazioni e l’impianto accusatorio messo a punto dalla Procura. Intanto, il sequestro da 1,2 miliardi sancisce l’ingresso del nome Campari in una vicenda giudiziaria che rischia di lasciare un segno profondo nella storia recente delle grandi holding italiane e del loro rapporto con il fisco nazionale.
