Nessuna fatalità. Nessuna normalità. Nessuna resa. La sicurezza sul lavoro, in Italia, deve tornare al centro del dibattito pubblico e dell’azione concreta delle istituzioni. È il messaggio, netto e inequivocabile, lanciato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della seconda edizione degli Stati Generali sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro.
In un messaggio inviato alla Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro nel nostro Paese, il Capo dello Stato ha richiamato con forza l’attenzione su una realtà che si consuma ogni giorno, spesso nel silenzio, ma che produce effetti drammatici e intollerabili: morti, feriti, famiglie spezzate, diritti violati.
“La seconda edizione degli Stati Generali sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro rappresenta l’occasione per riaffermare, con rinnovata determinazione, l’impegno a non arrendersi di fronte a incidenti e decessi sul lavoro”, scrive Mattarella. “È una sequela quotidiana che ci richiama, drammaticamente, ogni giorno, a quanto sia urgente intervenire”.
Una strage silenziosa che non conosce tregua
Non si tratta di una denuncia isolata. Da mesi, anzi da anni, i dati sugli incidenti sul lavoro continuano a delineare un quadro allarmante. Ogni giorno in Italia si registrano in media più di 1.200 infortuni. Alcuni di questi sono banali, molti lasciano cicatrici permanenti. Troppi, però, si trasformano in tragedie definitive: la media di tre decessi al giorno è una ferita aperta per un Paese industrializzato che ambisce a definirsi civile.
È una vera e propria strage silenziosa. E proprio per questo, ancora più inaccettabile. Perché spesso non fa rumore, non occupa le prime pagine, non solleva proteste di massa. Ma continua, inesorabile. E coinvolge ogni settore: dall’edilizia all’agricoltura, dalla logistica alla sanità, fino alla gig economy e al mondo sommerso del lavoro nero, che sfugge alle statistiche ma non alle tragedie.
Il monito del Quirinale: la sicurezza non è un’opzione
Nel messaggio di Mattarella risuona una linea di principio che è anche un obbligo morale: “Non arrendersi” significa non accettare che la morte sul lavoro venga considerata una possibilità connaturata alla professione, un rischio ineliminabile, un sacrificio collaterale.
Il Presidente sottolinea l’urgenza dell’intervento. Perché ogni giorno che passa senza azioni efficaci è un giorno in cui, con ogni probabilità, qualcun altro perderà la vita in un cantiere, in una fabbrica, su un campo, in un magazzino.
Un intervento, quello auspicato dal Capo dello Stato, che non può più essere rimandato o diluito in misure parziali. Serve un impegno collettivo, corale, interistituzionale. Serve un cambio di paradigma.
La politica sotto osservazione
Il richiamo alla Commissione parlamentare d’inchiesta non è casuale. Il Presidente della Repubblica, nel rispetto delle sue prerogative, si rivolge alle istituzioni affinché traducano l’indignazione in atti concreti. La Commissione stessa è chiamata a un compito delicato e fondamentale: accertare le condizioni effettive in cui si lavora in Italia, far luce sulle responsabilità, indicare soluzioni, promuovere riforme.
Ma il monito è rivolto anche a Governo, Parlamento, imprese, sindacati e sistema educativo. Nessuno può chiamarsi fuori. La cultura della sicurezza non è un adempimento formale, non si limita a check-list, corsi obbligatori o dispositivi di protezione. È una visione, una prassi quotidiana, un’educazione civica che deve attraversare l’intero sistema Paese.
Non c’è lavoro dignitoso senza sicurezza
Le parole del Presidente si inseriscono in un momento in cui il concetto stesso di “lavoro dignitoso” è oggetto di discussione pubblica. Il lavoro – ha spesso ricordato Mattarella in altre occasioni – non può essere solo fonte di reddito: deve essere fonte di realizzazione, sicurezza, e rispetto della persona. Quando invece diventa minaccia per l’incolumità, o peggio ancora causa di morte, tradisce la sua funzione costituzionale.
La Carta, del resto, parla chiaro: la Repubblica “tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni”. Una tutela che, senza sicurezza, diventa lettera morta. Per questo la lotta contro gli incidenti sul lavoro non può essere affidata alla buona volontà di pochi, ma deve diventare politica pubblica strutturale.
Stati Generali: occasione da non sprecare
Gli Stati Generali sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro non possono limitarsi a essere un momento simbolico o celebrativo. Devono diventare laboratorio permanente di analisi e proposta. Luogo di confronto tra esperienze e soluzioni, capace di produrre raccomandazioni vincolanti e indicazioni operative.
Il Presidente, con il suo messaggio, conferisce a questa sede un’investitura forte: è qui che si gioca una parte importante della credibilità delle istituzioni. È qui che si misura la capacità dello Stato di proteggere i suoi cittadini là dove trascorrono gran parte della loro vita: sul luogo di lavoro.
Un impegno che riguarda tutti
Il messaggio di Mattarella non è solo un appello alle istituzioni. È un invito a ciascuno – datori di lavoro, lavoratori, formatori, tecnici, cittadini – a fare la propria parte. Perché ogni omissione, ogni negligenza, ogni superficialità può costare una vita.
Il Presidente chiede un salto di qualità culturale: che si torni a considerare inaccettabile ogni decesso sul lavoro. Che si bandisca l’idea che “succede” sia una risposta. Che si affermi con forza che lavorare non deve significare rischiare la pelle.
E, soprattutto, che nessuna tragedia venga più archiviata come inevitabile. Perché dietro ogni incidente c’è quasi sempre una catena di errori evitabili, di controlli mancati, di norme ignorate, di fretta e di risparmio.
Un Paese civile non si arrende
Il Presidente Mattarella, nel suo ruolo di garante della Costituzione, ci ricorda con discrezione ma con fermezza che la sicurezza sul lavoro non è un tema di nicchia, né materia da addetti ai lavori. È questione di giustizia sociale, di legalità, di civiltà.
“Non arrendersi” significa non accettare più che la morte sul lavoro sia parte del paesaggio. Non voltarsi dall’altra parte. Non dimenticare chi ha perso la vita per guadagnarsi da vivere. E, soprattutto, non lasciare che accada di nuovo.
È un imperativo che non tollera più rinvii. E che chiama alla responsabilità un intero Paese.
