A cura di Daniele Cappa
Donald Trump ha parlato, e come sempre non è passato inosservato. Stavolta l’occasione è stata la pioggia di manifestazioni andate in scena negli Stati Uniti, riunite sotto lo slogan “No Kings”, per protestare contro la deriva autoritaria che i suoi critici gli imputano con crescente preoccupazione. La risposta di Trump? Lapidaria, sprezzante, come nel suo stile: “Una buffonata”.
Sì, per il presidente americano le migliaia di cittadini scesi in piazza da New York a San Francisco non sono altro che comparse in una recita tragicomica. E se il cartello “No Kings” mirava a richiamare la tradizione repubblicana americana contro ogni tentazione monarchica, Trump ha pensato bene di ribaltare la questione: “Non sono un re. Lavoro duramente per rendere grande il nostro Paese, tutto qui”. Come dire: vi lamento voi, ma io sto salvando l’America.
Un copione già visto. È quello del leader che si racconta assediato, incompreso, ostacolato da poteri forti, giudici, giornalisti, intellettuali e, naturalmente, manifestanti. Vittimismo a stelle e strisce, condito da una buona dose di “non sapete con chi avete a che fare”. Una linea che Trump condivide – non da oggi – con un’altra figura a lui vicina per tono, temperamento e visione del potere: Giorgia Meloni.
E infatti, come se tutto ciò non bastasse, il presidente ha deciso di ricondividere su Truth (il suo social network) un video in cui la premier italiana viene celebrata come una novella Giovanna d’Arco dell’ultradestra, intenta a sfidare la perfida Bruxelles e a tessere accordi diretti con lui, Trump, bypassando tutto e tutti. “Giorgia Meloni sfida l’Unione europea e intende concludere un accordo commerciale diretto con Donald Trump”, recita il video. Un sogno a occhi aperti per i sovranisti di ogni latitudine, benché privo – almeno per ora – di qualsiasi riscontro reale da parte del governo italiano.
D’altronde, la sintonia tra i due è evidente. Entrambi si sentono assediati dai media, entrambi coltivano un rapporto muscolare con le istituzioni democratiche, entrambi recitano da eterni outsider anche quando siedono saldamente al potere. Il potere, appunto, quello che Trump maneggia come un oggetto personale, come un’estensione della sua volontà. E guai a metterlo in discussione: chi lo fa è un buffone, o peggio, un nemico del popolo.
Nel frattempo, mentre bolla le proteste interne con sufficienza, il presidente rilancia su un altro fronte: l’economia. Con toni degni di una televendita presidenziale, ha annunciato che gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di importare carne bovina dall’Argentina. Un’iniziativa che – sostiene – porterebbe a un abbassamento dei prezzi per i consumatori americani. “Gli argentini stanno lottando per la loro vita. Non hanno soldi, non hanno nulla”, ha dichiarato, con quella compassione un po’ ruvida e venata di paternalismo che caratterizza ogni sua uscita pubblica.
Tradotto: salviamo gli argentini comprando la loro carne a basso costo, e nel frattempo salviamo anche il nostro portafoglio. Un doppio colpo in perfetto stile Trump, sempre pronto a vendere ogni decisione politica come un colpo di genio commerciale.
Ma la questione argentina non è solo una faccenda di bistecche. Dietro l’apertura al mercato sudamericano c’è l’ennesimo scavalcamento delle regole multilaterali, delle mediazioni diplomatiche, degli equilibri geopolitici. Una visione del mondo in cui conta solo chi stringe la mano a Trump (o a Meloni), mentre tutto il resto è burocrazia inutile, retaggio del vecchio ordine liberale.
Eppure, le proteste “No Kings” non nascono dal nulla. Nascono da un timore diffuso: che il presidente stia cercando di concentrare sempre più potere, approfittando della polarizzazione politica, delle falle del sistema, della stanchezza dell’opinione pubblica. E che dietro il sorriso, il sarcasmo e i proclami si nasconda un progetto più serio – e più inquietante – di quanto voglia far credere.
Per ora Trump ride, deride e rilancia. E mentre una parte del Paese manifesta per ricordare che l’America è nata proprio per scrollarsi di dosso i re, lui si atteggia a sovrano illuminato, padre severo ma giusto, imprenditore della salvezza nazionale. Magari non porta la corona, ma il trono se lo sta costruendo un tweet alla volta.
