6 Ottobre 2026, martedì
HomeItaliaCronacaPamela Genini, gli ultimi messaggi: «È matto, che faccio?». La madre: «Quel...

Pamela Genini, gli ultimi messaggi: «È matto, che faccio?». La madre: «Quel mostro deve pagare»

Nella chat gli istanti finali della 29enne accoltellata la sera del 14 ottobre a Milano. L’autore dell’aggressione, Gianluca Soncin, inquirenti e famiglia: tra psicofarmaci rinvenuti e precedenti episodi, la Procura cerca riscontri su un anno di violenze.

MILANO — «Ho paura. Ti rendi conto cosa ha fatto? Questo è matto completamente, non so che fare». È in quei messaggi, inviati pochi minuti prima dell’aggressione mortale, che si concentra la drammaticità degli ultimi istanti di vita di Pamela Genini, 29 anni. Le conversazioni con un ex fidanzato e amico, che quella sera le era al telefono, documentano la crescente tensione e l’appello disperato di una donna che tentava di difendersi mentre l’uomo indicato come suo aggressore entrava in casa usando una copia delle chiavi che aveva realizzato di nascosto.

Alle 21:45 Pamela scrive di essere spaventata; alle 21:52 arriva l’ultimo messaggio: «Teso’, che faccio?». Dall’altra parte l’amico risponde: «Stanno arrivando, la polizia. Li ho chiamati. E sto arrivando pure io. Apri sotto che sono giù con la polizia». Queste parole, oggi agli atti dell’inchiesta, segnano il confine tra la speranza di aiuto e la tragedia compiuta pochi istanti dopo.

L’uomo indicato come responsabile, Gianluca Soncin, durante l’identificazione davanti al pubblico ministero Alessia Menegazzo ha fornito alcune generalità, dichiarando di lavorare nell’azienda di famiglia ad Arzignano, in provincia di Vicenza, e di avere come residenza l’indirizzo di Cervia ma di «dimorare fino alla data del 14 ottobre» nell’abitazione in via Iglesias a Milano, dove si è consumato il femminicidio. Nell’interrogatorio Soncin si è avvalso della facoltà di non rispondere. È inoltre riportato nel verbale che l’uomo è entrato in casa della vittima con una copia delle chiavi fatta di nascosto.

Sull’auto di Soncin gli investigatori hanno rinvenuto, oltre a un coltello simile a quello usato per uccidere, «diversi psicofarmaci». Nel portafoglio lasciato in macchina erano inoltre presenti tre carte di credito, mentre nel portafoglio della vittima è stata annotata la presenza di una somma complessiva pari a 1.725 euro. Sono elementi che gli inquirenti stanno valutando nell’ambito delle attività investigative tese a ricostruire la vita e gli spostamenti del 52enne, così come la sua situazione patrimoniale e personale: nello stesso interrogatorio Soncin ha dichiarato lo stato civile «celibe», un «diploma di Ragioneria» e, alla voce beni patrimoniali, «nessuno», segnalando precedenti per reati fiscali.

Le indagini si concentrano anche su una serie di episodi pregressi che, secondo la ricostruzione degli investigatori, potrebbero delineare un quadro di violenze e minacce ripetute. È già agli atti un episodio avvenuto a settembre dello scorso anno a Cervia, dove una lite in casa di Soncin indusse Pamela a rifugiarsi a Bergamo dai genitori e a recarsi al Pronto soccorso dell’ospedale di Seriate per un dito rotto. Quell’episodio fu oggetto di un rapporto dei carabinieri, poi trasmesso alle autorità locali di Cervia, ma non fu formalizzata una denuncia da parte della vittima; di conseguenza la segnalazione era stata archiviata come non grave. Tra gli altri fatti che la Procura intende approfondire figurano denunce e querele o eventuali segnalazioni riguardanti minacce, il puntamento di una pistola al ventre, un tentativo di accoltellamento e un’aggressione in un albergo dell’Isola d’Elba durante una vacanza: tutte circostanze sulle quali gli investigatori presto chiederanno riscontri ulteriori, anche attraverso tabulati telefonici e documentazione sanitaria.

Un episodio precedente, datato 9 maggio, figura nel fascicolo d’inchiesta: quel giorno due agenti del Commissariato Lambrate erano intervenuti su richiesta di Pamela perché un uomo stava bussando ripetutamente alla porta del suo appartamento in via Iglesias. Gli agenti avevano trovato Soncin fuori dallo stabile; lui aveva spiegato di essere lì per restituire una somma di denaro a una conoscente. Pamela aveva manifestato la volontà che l’uomo si allontanasse; gli agenti informarono il soggetto della sua intenzione e questi si allontanò spontaneamente. Dai controlli in banca dati non erano emerse denunce o interventi pregressi tra le parti e la polizia aveva suggerito alla giovane la possibilità di sporgere querela presso il Commissariato competente, opzione che non fu esercitata.

Nel frattempo la Procura di Milano si è messa al lavoro per ricostruire nei dettagli la dinamica della serata del 14 ottobre e per raccogliere documentazione che consenta di valutare l’esistenza di un quadro di violenza reiterata. L’attenzione investigativa include ogni elemento: tabulati telefonici, referti sanitari, eventuali testimonianze, la verifica dei medicinali trovati nell’auto di Soncin e la ricostruzione dei rapporti economici e personali che legavano le due persone.

La reazione della famiglia di Pamela è di profondo dolore e di rabbia. «Faccio fatica a parlare, però vi dico che per tutto quello che ha fatto quel mostro a mia figlia deve pagare, ma pagare. L’ha fatta soffrire tanto», ha dichiarato la madre, esprimendo in poche parole l’esigenza di giustizia che accompagna il lutto. È una voce che chiede verità e pene commisurate al dolore subìto, e che riflette la durezza della perdita e la furia di chi resta.

Al di là degli aspetti processuali, il caso riporta con forza all’attenzione pubblica la questione della prevenzione e del supporto alle vittime di violenza affettiva. Le autorità stanno lavorando per mettere insieme i tasselli di una vicenda che, pur avendo segnali e episodi precedenti, non aveva finora prodotto una denuncia formale capace di innescare misure protettive più forti. Gli investigatori dovranno ora stabilire la catena temporale degli episodi e se siano esistite occasioni in cui l’intervento delle istituzioni avrebbe potuto evitare l’escalation.

La vicenda di Pamela Genini è al contempo una tragedia individuale e una sfida collettiva: la magistratura proseguirà nelle prossime fasi con l’audizione di testimoni, acquisizione di prove e consulenze tecniche, mentre la famiglia ricerca risposte e l’opinione pubblica osserva il procedere dell’inchiesta. Le parole rimangono poche davanti alla perdita, ma la ricerca della verità giudiziaria sarà il percorso obbligato per trasformare il dolore in una forma di responsabilità e, auspicabilmente, prevenzione futura.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti