È cominciata ufficialmente la fase più delicata del cessate il fuoco tra Israele e Hamas, una tregua che dovrebbe durare 72 ore ma che, nelle intenzioni di Washington e del Cairo, dovrà trasformarsi nel preludio a un nuovo accordo di pace regionale.
Poco dopo mezzogiorno di venerdì, l’esercito israeliano (Idf) ha annunciato di aver completato il ritiro dalla Striscia di Gaza, riposizionandosi dietro la cosiddetta Linea Gialla, il confine tracciato nelle mappe contenute nel piano Trump. È la prima volta dall’inizio del conflitto che le truppe israeliane lasciano integralmente il territorio della Striscia, aprendo la strada a un fragile ma storico tentativo di distensione.
Secondo i termini dell’intesa, Hamas ha ora 72 ore per procedere al rilascio di 20 ostaggi israeliani ancora vivi. In cambio, Israele libererà circa duemila detenuti palestinesi. Tra le richieste avanzate dal movimento islamista, figura ancora quella del rilascio di Marwan Barghouti, il popolare leader di Fatah detenuto da oltre vent’anni, considerato da molti il possibile volto di una futura leadership unitaria palestinese.
Ma Hamas ha anche voluto chiarire la propria posizione politica sul dopoguerra: il movimento ha respinto con fermezza ogni ipotesi di “tutela straniera” su Gaza, ribadendo che la Striscia dovrà essere amministrata da istituzioni palestinesi, senza la presenza di forze di interposizione o missioni internazionali. Una linea che mette in difficoltà sia gli Stati Uniti, promotori dell’accordo, sia alcuni Paesi arabi che avevano suggerito un periodo di amministrazione transitoria sotto supervisione internazionale.
Nel frattempo, la Protezione civile di Gaza ha riferito che circa 200 mila persone stanno facendo ritorno nel nord del territorio, abbandonato nei mesi scorsi a causa dei bombardamenti. L’ingresso dei convogli umanitari, previsto per oggi, segna un ulteriore passo verso la normalizzazione: arriveranno aiuti alimentari, forniture mediche e carburante per le strutture ospedaliere.
A garantire il rispetto della tregua saranno anche gli Stati Uniti, che hanno inviato in Israele circa 200 militari incaricati di monitorare la situazione sul campo, in coordinamento con le forze israeliane e gli osservatori egiziani.
La diplomazia americana si muove a pieno regime. Il presidente Donald Trump è atteso lunedì in Israele, dove parlerà alla Knesset e incontrerà le famiglie degli ostaggi. Successivamente si recherà in Egitto per la cerimonia di firma dell’accordo di pace e per partecipare al vertice internazionale dedicato al futuro di Gaza, al quale prenderanno parte i principali leader mondiali.
Sul fronte interno israeliano, la televisione pubblica Kan ha riferito che l’Idf ha già avviato il trasferimento dei prigionieri di sicurezza palestinesi destinati al rilascio nell’ambito dell’intesa. I detenuti che verranno liberati a Gaza o deportati attraverso il valico di Rafah sono stati concentrati nel carcere di Ketziot, nel Negev, mentre quelli che torneranno in Cisgiordania – circa un centinaio, secondo le stime – sono stati trasferiti nel carcere di Ofer, nei pressi di Ramallah.
Tutti i segnali indicano l’avvio di un complesso processo di transizione. Ma le incognite restano molte: la posizione intransigente di Hamas, la fragilità del consenso politico a Gerusalemme, le tensioni tra le diverse fazioni palestinesi e il rischio di nuovi incidenti che potrebbero far naufragare la tregua.
Il mondo osserva con cauta speranza: per la prima volta dopo anni di guerra, Gaza non è più sotto le bombe, ma sul filo sottile di una pace tutta da costruire.
