Mentre a Washington si prepara l’incontro tra il presidente statunitense Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’annunciata presentazione del nuovo piano di pace per la Striscia di Gaza si scontra con le prime resistenze diplomatiche. Secondo quanto riferito dall’emittente israeliana Channel 12, diversi Paesi arabi, insieme all’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), avrebbero chiesto ufficialmente all’amministrazione americana di apportare modifiche sostanziali al testo della proposta, ritenuto sbilanciato e potenzialmente controproducente.
Al centro delle richieste, una questione cruciale: la formulazione relativa al disarmo di Hamas. Il piano, così come attualmente concepito, prevedrebbe che l’organizzazione islamista “sia costretta a consegnare le proprie armi” come condizione per qualsiasi avanzamento verso una tregua duratura o una ricostruzione della Striscia. Una clausola ritenuta non solo inapplicabile, ma anche politicamente inaccettabile da una parte significativa del mondo arabo, che preferirebbe una formulazione meno coercitiva e più vicina a un accordo negoziato.
Le preoccupazioni di Egitto, Giordania e Anp
Secondo le fonti israeliane citate da Channel 12, le pressioni su Washington arrivano in particolare da tre attori fondamentali nella regione: l’Egitto, da anni mediatore principale nei negoziati fra Hamas e Israele; la Giordania, che ha un ruolo chiave nella gestione dei luoghi santi e nei rapporti con i palestinesi della Cisgiordania; e l’Autorità Nazionale Palestinese, che ha ufficialmente boicottato il precedente “accordo del secolo” proposto dall’amministrazione Trump, considerandolo troppo filo-israeliano.
Il timore condiviso da questi governi è che un piano di pace percepito come imposto possa fallire ancor prima di essere discusso nei contenuti, esacerbando le tensioni interne e delegittimando ulteriormente la possibilità di un dialogo inter-palestinese tra Hamas e Fatah.
Hamas nel mirino, ma senza una via d’uscita
La proposta americana, di cui non sono ancora noti i dettagli integrali, sembra dunque partire da una premessa che rischia di rivelarsi un ostacolo insormontabile: chiedere a Hamas il disarmo totale e incondizionato come precondizione. Una richiesta che, nella pratica, equivale a porre un veto su qualunque forma di coinvolgimento del movimento islamista nel futuro politico di Gaza.
L’idea che Hamas “consegni le armi” appare, nella lettura dei critici, più una dichiarazione di principio che una misura realistica. Più utile a consolidare la posizione israeliana che non a creare uno spazio per il compromesso. Per questo, secondo i media israeliani, il blocco arabo avrebbe chiesto agli Stati Uniti di riformulare il passaggio, suggerendo un approccio graduale o condizionato a garanzie politiche, piuttosto che una capitolazione totale.
Trump, Netanyahu e un piano da rilanciare
Il presidente Trump presenterà il suo piano direttamente al premier israeliano Netanyahu nel corso del bilaterale odierno alla Casa Bianca. Un gesto carico di significato politico, non solo per il contesto regionale ma anche per gli equilibri interni alla stessa Israele, dove la leadership di Netanyahu resta sotto pressione dopo mesi di tensioni politiche e militari.
L’amministrazione americana, non nuova a iniziative unilaterali in Medio Oriente, si trova ora nella posizione di dover bilanciare l’esigenza di compiacere il proprio storico alleato israeliano con quella di non alienarsi completamente il consenso dei Paesi arabi moderati, soprattutto in un momento in cui i rapporti con Egitto e Arabia Saudita sono considerati strategici.
La credibilità del piano dipenderà in larga misura dalla sua capacità di essere accettato come base negoziale e non come diktat. Un punto che Paesi come la Giordania hanno sottolineato più volte nei colloqui riservati con i diplomatici statunitensi.
Il nodo politico palestinese
L’Autorità Nazionale Palestinese ha accolto con estrema cautela le notizie sul nuovo piano. La leadership di Ramallah, pur mantenendo canali di comunicazione con Washington attraverso Paesi terzi, ha espresso più volte la necessità di un approccio multilaterale e rispettoso del diritto internazionale. Il disarmo di Hamas, senza una soluzione politica e unificata, viene visto come una mossa che rischia di approfondire la frattura interna al fronte palestinese, minando ogni prospettiva di riconciliazione.
Anche in questo senso, la richiesta di modificare il piano non è solo tecnica, ma politica: si tratta di evitare che l’iniziativa americana diventi un nuovo ostacolo alla ricomposizione del quadro palestinese, già frammentato e fragile.
Una pace difficile tra visioni inconciliabili
La questione della Striscia di Gaza resta uno dei nodi irrisolti del conflitto israelo-palestinese. Gli oltre due milioni di abitanti della Striscia vivono da anni sotto embargo, in condizioni umanitarie estreme. La ricostruzione del territorio, devastato da numerosi conflitti, è da tempo al centro delle agende internazionali. Ma senza un accordo politico sostenibile, ogni piano rischia di restare lettera morta.
In questo quadro, l’amministrazione Trump cerca di rilanciare un proprio ruolo nel dossier mediorientale, in un momento in cui anche la politica interna statunitense guarda con attenzione agli sviluppi internazionali, specie in vista delle prossime scadenze elettorali.
Il successo o il fallimento dell’iniziativa dipenderà da un equilibrio delicato: garantire la sicurezza di Israele, ma anche aprire una prospettiva reale per i palestinesi. E, come dimostrano le prime reazioni del mondo arabo, questo equilibrio non può essere raggiunto con formule rigide o soluzioni imposte. La diplomazia, ancora una volta, dovrà cercare un terreno comune laddove la politica della forza ha fallito.
