13 Ottobre 2026, martedì
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Camorra, Ruotolo (Pd): “Repressione non basta. Serve un riscatto sociale per spezzare il legame con la politica e l’economia”

L’europarlamentare democratico interviene dopo gli spari a Caivano: “La criminalità organizzata prolifera dove lo Stato è debole. Va sradicata anche con lavoro, scuola e cultura”

In un Paese in cui la lotta alla criminalità organizzata è spesso confinata alla dimensione dell’ordine pubblico, le parole di Sandro Ruotolo — europarlamentare del Partito Democratico e membro della segreteria nazionale — riaprono un dibattito necessario: quello su come e perché la camorra continui, dopo decenni di arresti, processi e retate, a mantenere un controllo pervasivo su ampie porzioni di territorio.

L’occasione è drammatica: gli spari a Caivano, a pochi giorni da nuove operazioni delle forze dell’ordine nel cuore del Parco Verde. Colpi d’arma da fuoco esplosi nel quartiere come atto dimostrativo, probabilmente per ristabilire il controllo criminale o lanciare un messaggio di presenza. Un segnale che, per Ruotolo, conferma tanto la forza residua quanto l’irritazione di clan colpiti duramente dallo Stato. Ma che evidenzia anche i limiti di un’azione fondata esclusivamente sulla repressione.

«Dice Padre Maurizio Patriciello che quegli spari vogliono dire una cosa sola: la camorra ha subito un colpo duro», ricorda Ruotolo. «È vero. Eppure non basta. Perché, nonostante gli arresti, i maxi-blitz, le confische, la camorra si rigenera». È un ciclo che si ripete: operazioni ad alto impatto, con decine di arresti e sequestri, seguite da un apparente silenzio. Poi, lentamente, la riorganizzazione. A cambiare sono i nomi e i volti, non il meccanismo di potere.

Le radici profonde del potere criminale

«La vera domanda», prosegue Ruotolo, «è perché, dopo quarant’anni di contrasto giudiziario e investigativo, non siamo riusciti a sconfiggere la camorra». La risposta, secondo l’eurodeputato, è al tempo stesso evidente e scomoda: «Perché non basta la repressione. Perché la camorra si alimenta del disagio economico e sociale, della mancanza di lavoro, dell’abbandono scolastico, ma anche di complicità e connivenze con pezzi della politica, della finanza, dell’imprenditoria».

Una realtà complessa, che non può essere letta solo come “criminale” in senso stretto. Le mafie, e la camorra in particolare, si insinuano dove lo Stato è assente o percepito come tale. In quartieri segnati da povertà, disoccupazione cronica e fragilità sociale, i clan offrono alternative: lavoro illecito, protezione, reddito, appartenenza. È in questo vuoto che maturano le nuove leve della criminalità organizzata, pronte a sostituire chi finisce in carcere.

Dalla repressione al riscatto: la strada della politica

«Interrompere il rapporto della camorra con la politica è oggi una priorità democratica», incalza Ruotolo, che da giornalista ha raccontato per decenni i poteri criminali, spesso sotto scorta. Ma oltre alla denuncia, serve un impegno concreto: «Occorre investire nel lavoro, nella scuola, nella cultura. Serve un piano strutturale di contrasto alla povertà educativa, bisogna sostenere le famiglie, i giovani. Senza un riscatto sociale e culturale dei nostri territori, la camorra continuerà a trovare terreno fertile».

Una posizione che richiama con forza il paradigma della “presenza positiva dello Stato”, più volte evocato da magistrati e studiosi di criminalità organizzata. Significa infrastrutture, servizi pubblici efficienti, presidi scolastici e sanitari, sportelli sociali, reti culturali. Ma anche un sistema economico che non esponga le imprese al ricatto del racket, e una politica capace di costruire fiducia.

Caivano come simbolo, ma il fenomeno è nazionale

L’episodio di Caivano è solo l’ultimo di una lunga serie. Ma assume un valore emblematico per il contesto: un territorio su cui il governo ha acceso i riflettori con il “modello Caivano”, un piano straordinario di interventi, messo in campo dopo i gravi fatti di cronaca che hanno scosso l’opinione pubblica. Eppure, come dimostrano gli spari in strada, i clan non sono stati sradicati.

«I proiettili sparati all’impazzata non sono solo intimidazione. Sono un linguaggio», afferma Ruotolo. «Un linguaggio che si può tradurre in: “Siamo ancora qui. Non ci avete sconfitti”». E proprio questo deve far riflettere la politica: l’idea che la forza della criminalità non risieda soltanto nelle armi o nel denaro, ma nella capacità di parlare al disagio, di penetrare nei vuoti lasciati dallo Stato.

La sfida alla camorra come sfida democratica

Le parole di Ruotolo pongono l’accento su una visione ampia e articolata del contrasto alla criminalità organizzata, che supera la logica emergenziale e repressiva. È una sfida culturale, economica, istituzionale. Una sfida che riguarda la tenuta democratica del Paese, la credibilità delle istituzioni, la giustizia sociale.

«La camorra non è un fenomeno folkloristico né un fatto “locale”. È sistema. E come tale va affrontato», conclude Ruotolo. Con la consapevolezza che, se la lotta ai clan è compito delle forze dell’ordine e della magistratura, la costruzione di un’alternativa passa attraverso la politica, la scuola, il lavoro, la cultura. Tutto ciò che restituisce dignità e futuro a chi oggi, troppo spesso, crede che l’unica scelta possibile sia quella sbagliata.

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