6 Ottobre 2026, martedì
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Due operai morti sul lavoro in poche ore: una giornata nera tra Torino e Milano

Un uomo schiacciato da un carro attrezzi a Leini, l’altro precipitato dal tetto di un capannone a San Giuliano Milanese. Due vittime in poche ore riportano al centro dell’agenda nazionale l’emergenza sicurezza nei luoghi di lavoro. E impongono una riflessione strutturale, non più rinviabile.

Una mattina e un pomeriggio. Due luoghi diversi, due contesti differenti, ma un unico e terribile destino: la morte sul lavoro. È il bilancio drammatico del 16 settembre 2025, una data che entra nel lungo e doloroso elenco delle giornate segnate dal sangue versato sui luoghi di lavoro in Italia. A Leini, alle porte di Torino, un operaio è rimasto ucciso mentre manuteniva un carro attrezzi. Poche ore più tardi, a San Giuliano Milanese, un altro lavoratore ha perso la vita cadendo da un tetto durante l’installazione di pannelli solari.

Due casi distinti, certo, ma parte di un fenomeno ben noto e, purtroppo, sempre più sistemico: la mancanza cronica di sicurezza nei luoghi di lavoro, che ogni giorno in Italia uccide, ferisce o segna per sempre vite umane, troppo spesso nell’indifferenza generale.

Leini: l’operaio schiacciato da un carro attrezzi

Il primo incidente si è verificato in mattinata a Leini, comune dell’area metropolitana torinese. La vittima, un operaio dipendente di una ditta di autodemolizioni con sede in via Meucci, stava eseguendo un intervento su un carro attrezzi quando, per cause ancora in corso di accertamento, è rimasto schiacciato dal mezzo stesso.

A nulla sono serviti i soccorsi. I colleghi presenti non hanno potuto fare altro che allertare i Carabinieri e il personale dello Spresal, il servizio dell’ASL che si occupa della sicurezza nei luoghi di lavoro. La Procura ha aperto un’indagine: l’obiettivo è chiarire se siano stati rispettati i protocolli previsti dalla normativa vigente, se l’operaio fosse adeguatamente formato e se fossero presenti le necessarie misure di sicurezza.

San Giuliano Milanese: precipita dal tetto mentre installa pannelli solari

Il secondo dramma si è consumato nel primo pomeriggio a San Giuliano Milanese, in via della Pace. Un operaio di 36 anni, impegnato nei lavori di installazione di impianti fotovoltaici presso l’azienda Fer.Ol.Met, è precipitato dal tetto di un capannone. Secondo una prima ricostruzione, la copertura avrebbe ceduto improvvisamente, facendolo piombare nel vuoto da un’altezza significativa.

Sul posto sono arrivati in pochi minuti i sanitari del 118 con elisoccorso e ambulanze, ma non è stato possibile salvargli la vita. Anche qui, Carabinieri e ispettori stanno indagando per chiarire le condizioni in cui il lavoratore operava, se fosse dotato di dispositivi di protezione individuale, e se l’area fosse stata messa in sicurezza secondo le normative.

Una riflessione non più rimandabile

Questi due incidenti – ultimi solo in ordine di tempo – confermano ciò che da anni è evidente: in Italia la sicurezza sul lavoro resta un problema irrisolto. Secondo i dati INAIL, il 2024 ha registrato un aumento delle denunce di infortuni mortali. E la tendenza si conferma nel 2025, in particolare nei settori dell’edilizia, della logistica e della manutenzione industriale.

Ogni giorno, sistematicamente, in Italia muore o si ferisce qualcuno mentre lavora. È una realtà inaccettabile per un Paese industrializzato, ed è indice di una cultura ancora arretrata sul fronte della prevenzione. Troppo spesso la sicurezza viene considerata un ostacolo alla produttività, un costo accessorio, un aspetto formale da aggirare con burocrazia compiacente.

Eppure, le leggi esistono. Esiste un quadro normativo articolato, che prevede corsi di formazione obbligatori, dispositivi di protezione, controlli tecnici periodici, presidi medici nei cantieri e sanzioni in caso di violazione. Il problema, quindi, non è l’assenza di norme, ma la loro sistematica elusione e la fragilità dei controlli.

In questo senso, servirebbero controlli capillari, mirati e frequenti, non solo da parte dello Spresal e dell’Ispettorato del lavoro – che pure soffrono di organici sottodimensionati – ma anche da parte delle polizie municipali, che nei territori potrebbero svolgere un ruolo sussidiario e complementare. Un’azione di sorveglianza diffusa e integrata, in grado di far percepire la sicurezza non come una pratica burocratica, ma come una responsabilità quotidiana, condivisa, concreta.

Le aziende devono essere chiamate a rendere conto, ma anche i professionisti della sicurezza, i consulenti, i responsabili dei cantieri e gli stessi lavoratori devono essere parte attiva nel processo di prevenzione. Responsabilizzare tutti gli attori coinvolti è il primo passo per ridurre significativamente gli incidenti. Serve una rivoluzione culturale che riporti al centro il valore della vita umana rispetto alla logica del risparmio o dell’efficienza ad ogni costo.

Morire di lavoro non è una fatalità

L’operaio morto a Leini e quello precipitato a San Giuliano non sono vittime del caso o di una sfortuna cieca. Sono il prodotto di una catena di leggerezze, omissioni e sottovalutazioni. Morire di lavoro, in un Paese civile, non può essere considerato una fatalità. È una responsabilità collettiva. E fino a quando il sistema non sarà in grado di garantirla, le giornate come quella del 16 settembre continueranno a ripetersi. Inesorabilmente. Tragicamente.

L’unica vera commemorazione possibile per chi muore così è impedire che accada di nuovo. Con i fatti, non con le parole.

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