“È lo Stato che contrasta i trafficanti di esseri umani e gestisce e coordina i soccorsi in mare. Non le Ong.” Con questo messaggio pubblicato su X, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è tornato a sottolineare la linea del governo Meloni in materia di immigrazione. Il post, corredato dall’immagine di una nave dell’organizzazione Mediterranea Saving Humans, accompagna la notizia del fermo amministrativo dell’imbarcazione, accusata di aver disobbedito alle disposizioni del Viminale sbarcando migranti a Trapani invece che nel porto assegnato.
Ancora una volta, il Viminale alza il tono contro le Ong, accusate implicitamente di agire fuori da un perimetro legittimo. Eppure, dietro questa comunicazione asciutta e risoluta, si nasconde una realtà ben più complessa e, per molti, fallimentare.
A due anni dall’insediamento, il governo guidato da Giorgia Meloni non è riuscito a tradurre in risultati concreti le promesse fatte in campagna elettorale sul fronte migratorio. Il numero di sbarchi resta elevato, la strategia di esternalizzazione dei confini si è rivelata fragile, e le soluzioni annunciate – spesso presentate come risolutive – si sono dimostrate inefficaci o irrealizzabili.
La tanto pubblicizzata linea della fermezza si è concretizzata, finora, in una serie di annunci a effetto e provvedimenti dal valore più simbolico che pratico. I porti assegnati a centinaia di chilometri di distanza, i fermi amministrativi alle navi umanitarie, l’accordo con Paesi terzi per la gestione dei flussi: misure che hanno creato più attriti che risultati tangibili, finendo per complicare ulteriormente il lavoro sul campo, anziché governarlo.
Nel frattempo, le condizioni nei centri di accoglienza sono peggiorate, l’integrazione è stata trascurata, e l’assistenza ai territori lasciata in larga parte sulle spalle di sindaci e amministratori locali, spesso soli di fronte all’emergenza. Il piano dell’accoglienza diffusa è stato smantellato, senza però essere sostituito da una strategia credibile e sostenibile.
Il governo ha inoltre puntato su un modello repressivo che ha alimentato tensioni con l’Europa e moltiplicato i contenziosi giuridici. Alcune scelte, presentate come grandi successi diplomatici, si sono rivelate fragili o di scarsa utilità operativa. A ciò si aggiunge il crescente isolamento dell’Italia nel panorama europeo, dove l’assenza di una visione comune sui migranti continua a penalizzare soprattutto i Paesi di primo approdo.
In questo contesto, le dichiarazioni di Piantedosi suonano a molti come l’ennesimo esercizio di propaganda, un modo per ribadire una supremazia istituzionale che, nella realtà dei fatti, non riesce a garantire né sicurezza né umanità. Le Ong, spesso accusate di agire in autonomia, restano invece tra gli attori più attivi nei soccorsi in mare, là dove lo Stato non riesce sempre a intervenire con tempestività.
Le opposizioni parlano apertamente di un fallimento sistemico. Secondo le forze politiche contrarie all’esecutivo, il governo non fa che inseguire l’emergenza con slogan e proclami, senza affrontare le vere cause del fenomeno e senza offrire una visione di lungo periodo. L’approccio securitario, dicono, ha prodotto soltanto costi elevati, inefficienza e una sistematica erosione dei diritti.
Il post del ministro, in definitiva, rappresenta un’ulteriore conferma di una strategia comunicativa che punta più all’effetto che all’efficacia. In assenza di risultati concreti, l’enfasi mediatica e la contrapposizione ideologica sembrano essere gli unici strumenti rimasti al governo per coprire le sue difficoltà. Ma nel frattempo, il Mediterraneo continua a essere teatro di drammi quotidiani. E la politica, anziché governare la complessità, sembra ancora una volta limitarsi a cavalcarla.
