14 Ottobre 2026, mercoledì
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Von der Leyen difende il patto con Trump: meglio cedere oggi che litigare domani

Mentre l’industria europea fa i conti con dazi pesantissimi, la presidente della Commissione rivendica l’intesa con il tycoon. Una scelta “consapevole” che sa molto di resa preventiva

Ursula von der Leyen, con la consueta compostezza istituzionale che ben si sposa con i momenti di crisi, ha deciso di rispolverare il vecchio accordo commerciale con Donald Trump e di presentarlo come un trionfo di pragmatismo. In un articolo pubblicato sul Frankfurter Allgemeine Zeitung, la presidente della Commissione europea ha difeso con orgoglio l’intesa siglata anni fa con l’inquilino più imprevedibile della Casa Bianca, descrivendola come una “decisione consapevole”, capace di garantire “stabilità e prevedibilità invece di escalation e scontri”.

Stabilità, davvero? Prevedibilità, con Trump? Ci vuole un certo coraggio politico — o una fiducia incrollabile nel potere delle parole — per vendere come strategica un’intesa nata sotto il ricatto dei dazi e che oggi, con il tycoon tornato al comando, si sta rivelando un cappio commerciale ben stretto attorno al collo dell’industria europea.

Secondo Eurofer, l’associazione che rappresenta i produttori siderurgici del continente, solo le tariffe europee al 15% rischiano di mettere a repentaglio una “parte significativa” di un milione di tonnellate di acciaio. E la stima non considera ancora il vero elefante nella stanza: i dazi americani, già saliti al 50%, che colpiscono duramente un settore chiave per la manifattura europea. Un conto salatissimo che Bruxelles sembra aver accettato senza nemmeno cercare il resto.

Ma per von der Leyen, che ama la diplomazia silenziosa anche quando il partner urla via social, l’importante era evitare lo scontro. “Evitare l’escalation”, scrive, come se ogni concessione fosse un atto di lungimiranza e non, piuttosto, la spia di un’Europa che fatica a difendere i propri interessi quando la pressione aumenta. Del resto, con Trump si sa: il primo che sbatte i pugni spesso porta a casa il bottino. L’Europa, invece, si accontenta di evitare di far rumore.

Nel frattempo, oltreoceano, la politica trumpiana continua a mostrare il suo volto più duro. Un giudice federale ha appena stabilito che l’amministrazione non può tagliare i fondi a città come Boston, Chicago, Denver e Los Angeles per il solo fatto che si rifiutino di collaborare con le politiche migratorie federali. Il tribunale ha definito quei tagli “una minaccia coercitiva” e li ha dichiarati incostituzionali. Una bocciatura netta, che mostra come anche nella patria di Trump ci siano limiti che il potere esecutivo non può superare, nonostante il presidente continui a provarci.

Eppure, proprio con questo interlocutore, l’Europa ha scelto di firmare un’intesa che oggi somiglia più a una resa che a una vittoria diplomatica. Il messaggio, nemmeno troppo implicito, è chiaro: meglio fare un passo indietro oggi, che affrontare un tweet al vetriolo domani. Peccato che, nel frattempo, siano le imprese europee a pagare il prezzo di questa “consapevolezza”.

In un mondo in cui la geopolitica si misura a colpi di dazio e retorica muscolare, la strategia del basso profilo rischia di trasformarsi in irrilevanza. Von der Leyen difende l’accordo con la fermezza di chi non ammette errori. Ma mentre Trump alza la posta, l’Europa sembra ancora convinta che basti non disturbare il manovratore per non finire sotto le ruote.

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