Mosca alza i toni contro Kiev e chiude, almeno per ora, a ogni prospettiva di dialogo diretto tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. A dichiararlo, in un’intervista concessa alla rete statunitense NBC, è stato il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, che ha puntato il dito contro il presidente ucraino, accusandolo di aver respinto in blocco le proposte di mediazione avanzate da Donald Trump.
Lavrov è stato categorico: “Non è previsto alcun incontro. Putin è pronto a incontrare Zelensky, quando sarà pronto un ordine del giorno per un vertice, ma questo ordine del giorno non è affatto pronto”. Secondo il capo della diplomazia russa, il nodo centrale dello stallo risiederebbe proprio nella mancanza di volontà politica da parte del presidente ucraino, che, sempre a detta di Lavrov, avrebbe chiuso ogni spiraglio anche di fronte alle ipotesi formulate dall’ex presidente americano in occasione di un recente incontro a Washington.
Il riferimento è a una serie di proposte discusse nel corso di un appuntamento che avrebbe visto, secondo Mosca, la partecipazione di Zelensky insieme a rappresentanti europei e a Donald Trump. In quell’occasione, Washington avrebbe suggerito alcune linee guida per una possibile trattativa, tra cui la neutralità dell’Ucraina rispetto alla NATO e l’avvio di un confronto sulle questioni territoriali contese. Tutti punti, sostiene Lavrov, che il presidente ucraino avrebbe rigettato senza esitazioni.
“Ha detto no a tutto”, ha insistito il ministro russo. “Ha persino rifiutato di annullare la legislazione che proibisce l’uso della lingua russa”. Una scelta che, sempre secondo Lavrov, solleva dubbi sulla reale volontà di dialogo da parte di Zelensky: “Come possiamo incontrare una persona che finge di essere un leader?”.
Le parole del ministro riflettono un clima diplomatico sempre più deteriorato tra i due Paesi, a più di tre anni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. L’ipotesi di un faccia a faccia tra Putin e Zelensky, che nei primi mesi di guerra era stata evocata come possibile svolta, oggi sembra più lontana che mai.
Arresti e accuse a Donetsk: Mosca parla di “terrorismo ucraino”
Sul fronte interno, la Russia rilancia la narrazione dell’”Ucraina terrorista”, annunciando l’arresto di due presunti agenti dell’intelligence militare ucraina, accusati di aver condotto operazioni di sabotaggio all’interno della repubblica popolare di Donetsk, territorio ucraino occupato e annesso unilateralmente da Mosca nel 2022.
Secondo quanto riferito dal Servizio di sicurezza federale russo (FSB), i due uomini, entrambi cittadini russi nati rispettivamente nel 1987 e nel 1997, avrebbero confessato il loro coinvolgimento in due attentati con autobomba compiuti nel marzo e nel dicembre del 2024. Gli obiettivi, in entrambi i casi, sarebbero stati funzionari filorussi: un rappresentante del governo regionale di Kherson e un ex alto dirigente del Servizio penitenziario federale della Russia, entrambi operativi nell’area di Donetsk.
Ma non solo: i due sospetti avrebbero anche pianificato nuovi attentati contro figure chiave dell’amministrazione locale sostenuta da Mosca, tra cui il capo di un’amministrazione municipale e il comandante di un battaglione di volontari impegnato nell’”operazione militare speciale”, come viene ancora definita in Russia la guerra in Ucraina.
Le autorità russe non hanno fornito ulteriori dettagli sulle modalità degli attacchi sventati né sulle prove raccolte. La notizia, diffusa in modo coordinato dai media statali, è tuttavia destinata ad alimentare la retorica securitaria del Cremlino e a rafforzare l’immagine di una Russia sotto assedio da parte di “reti ucraine di sabotaggio”.
Un vertice che non arriva
La tensione resta alta, e il quadro geopolitico appare tutt’altro che stabile. Le accuse di Lavrov e gli arresti a Donetsk si inseriscono in un momento delicato: da una parte, il riavvicinamento tra Donald Trump e alcune componenti del fronte repubblicano in vista delle elezioni presidenziali statunitensi del 2025; dall’altra, la progressiva stagnazione del fronte militare, con un conflitto che sembra essere entrato in una fase di logoramento, soprattutto sul piano diplomatico.
La Russia, almeno pubblicamente, continua a dichiararsi pronta al dialogo, ma solo a condizioni che l’Ucraina e i suoi alleati occidentali considerano inaccettabili. La richiesta di neutralità atlantica, il riconoscimento delle annessioni territoriali e lo smantellamento delle politiche linguistiche ucraine restano elementi che difficilmente troveranno accoglienza a Kiev.
Dall’altra parte, Zelensky appare sempre più isolato sul piano internazionale, stretto tra le incertezze del sostegno occidentale e una controffensiva militare che non ha prodotto i risultati sperati. In questo contesto, ogni possibilità di vertice diretto con Putin sembra congelata.
Al momento, il dialogo resta affidato alle cancellerie e alle diplomazie parallele. Ma senza un terreno comune per avviare un negoziato credibile, il conflitto rischia di trascinarsi ancora a lungo, in un equilibrio instabile che continua a mietere vittime e a tenere l’Europa sotto pressione.
