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È morto Terence Stamp, icona del cinema d’autore e “cattivo” di culto in Superman

Si è spento a 87 anni l’attore britannico che fu Zod, ma anche musa di Pasolini, protagonista shakespeariano e volto indimenticabile del cinema europeo e hollywoodiano. Dal debutto folgorante in "Billy Budd" a ruoli indimenticabili tra autori e blockbuster: un talento magnetico, sofisticato e ribelle.

LONDRA – È morto Terence Stamp, leggenda del cinema britannico e volto tra i più intensi e magnetici della settima arte del Novecento. Aveva 87 anni. A darne notizia è stata la famiglia, che non ha precisato le cause del decesso. Con la sua figura elegante, lo sguardo glaciale e una voce che sembrava scolpita nel marmo, Stamp ha attraversato sei decenni di cinema con una filmografia eclettica, capace di spaziare da Shakespeare a Superman, passando per Pasolini, Fellini e la Swinging London.

Per il grande pubblico rimarrà per sempre il Generale Zod, l’iconico antagonista nel film Superman (1978) e nel suo sequel del 1980, diretto da Richard Donner. “Piegatevi davanti a Zod”, la sua celebre battuta, è entrata di diritto nella cultura popolare, facendone un cattivo da antologia. Ma ridurre Stamp a quella maschera feroce sarebbe ingeneroso. Il suo percorso artistico è stato ben più profondo, raffinato e variegato, attraversando autori radicali, ruoli disturbanti e un’irrequietezza interpretativa mai doma.

Il debutto da Oscar

Nato a Londra il 22 luglio 1938, Terence Henry Stamp si impose all’attenzione mondiale nel 1962, al suo debutto cinematografico, grazie a Billy Budd, adattamento dell’omonimo racconto di Herman Melville diretto da Peter Ustinov. Il ruolo del giovane marinaio condannato alla pena capitale gli valse una nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista e il Golden Globe come miglior attore emergente. Il suo volto angelico, incorniciato da capelli biondi e lineamenti classici, divenne subito una presenza di culto nel nuovo cinema britannico.

La stagione italiana: Pasolini, Fellini e Modesty Blaise

Nel pieno degli anni ’60, Stamp divenne una figura centrale anche nel cinema d’autore europeo. Indimenticabile il suo ruolo in Teorema (1968) di Pier Paolo Pasolini, dove interpreta un misterioso visitatore che seduce – fisicamente e spiritualmente – ogni membro di una famiglia borghese milanese. Un film che fece scandalo e che segnò uno dei vertici artistici della carriera di Stamp, capace di incarnare un personaggio enigmatico, sacrale e perturbante.

Con Federico Fellini collaborò nel 1968 al film a episodi Tre passi nel delirio (Spirits of the Dead), tratto da racconti di Edgar Allan Poe, dove recitava accanto a Salvo Randone e alla giovane Tanya Lopert. E sempre in quegli anni lavorò con Monica Vitti in Modesty Blaise – La bellissima che uccide (1966), versione pop e coloratissima di un fumetto cult, diretta da Joseph Losey.

Un attore libero, irregolare, sempre altrove

Stamp non ha mai cercato la fama facile. Dopo il successo iniziale, si allontanò a lungo dai riflettori, viaggiando in Oriente e dedicandosi alla meditazione, alla scrittura e alla ricerca spirituale. Tornò più volte a sorpresa sullo schermo, in ruoli sempre spiazzanti. Negli anni ’90 fu protagonista del cult Priscilla, la regina del deserto (1994), dove interpretava Bernadette, una transessuale che affronta un viaggio nel deserto australiano con due drag queen. Una prova di grande sensibilità e coraggio, che gli valse una nuova generazione di fan.

Negli anni 2000, ha avuto una seconda vita a Hollywood, con apparizioni in Star Wars – Episodio I: La minaccia fantasma (1999), dove interpretava il Cancelliere Supremo Valorum, e nel thriller The Limey (1999) di Steven Soderbergh, dove offriva una delle sue performance più cupe e potenti.

L’addio a un aristocratico del cinema

Terence Stamp non è stato solo un attore, ma un’icona culturale. Difficile trovare nella storia del cinema un interprete capace di muoversi con tanta naturalezza tra mainstream e sperimentazione, tra il glamour della moda (fu anche modello e frequentatore assiduo della scena londinese degli anni ’60) e le pieghe più oscure dell’animo umano.

Era un interprete fuori dal tempo, aristocratico nei modi, ma anarchico nelle scelte. Ha lavorato con registi come Ken Loach, Stephen Frears, Oliver Stone e Matthew Vaughn, sempre scegliendo ruoli che sfuggivano agli stereotipi.

Un’eredità di fascino e inquietudine

Non lascia figli, ma un’autobiografia – In the Shadow of My Father – e una serie di interviste e riflessioni in cui raccontava il peso della celebrità, l’amore per l’India, l’ossessione per la perfezione artistica. L’industria del cinema piange oggi non solo un attore, ma un simbolo di un’epoca in cui essere artisti significava anche essere inquieti, imprevedibili, liberi.

Addio, Generale Zod. Ma anche addio a Billy Budd, a Teorema, a Bernadette. Addio a uno dei volti più intensi del cinema del Novecento, che ha saputo incarnare il mistero dell’alterità in tutte le sue forme.

“La recitazione è l’arte di non essere mai sé stessi e al tempo stesso svelare ciò che si è veramente.”
– Terence Stamp

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