A cura di Daniele Cappa
A Milano dal 1° gennaio non si può più fumare in strada, nelle piazze, ai tavolini dei bar, praticamente in nessun luogo pubblico all’aperto. Si può accendere una sigaretta solo “in solitaria”, mantenendo una distanza di dieci metri da chiunque, mentre le e-cig restano liberamente consentite. Le multe vanno dai 40 ai 240 euro.
La giustificazione è ambientale: il fumo contribuirebbe a una quota non irrilevante del particolato urbano. Ma basta osservare i dati complessivi sulla qualità dell’aria per capire che la misura appare sproporzionata: il grosso delle polveri sottili viene da traffico, riscaldamento e agricoltura, non certo da chi si accende una sigaretta sul marciapiede. In altre parole: la “fetta” del problema attribuita al tabacco esiste, ma resta piccola rispetto al resto.
Incoerenze a cielo aperto
Le e-cig fuori dal mirino.
Se il problema è il particolato, perché colpire solo il tabacco e non le sigarette elettroniche, che pure emettono aerosol? La disparità mina l’argomento ambientale e lascia pensare a un obiettivo non detto: spingere i fumatori verso prodotti alternativi.
La regola dei 10 metri.
Come si applica, in una città fatta di marciapiedi stretti e strade affollate? Dieci metri di distanza equivalgono a dire che, salvo rare eccezioni, non si può mai fumare. Una norma così vaga rischia di trasformare ogni passante in un ostacolo legale e ogni vigile in un arbitro improvvisato.
Dehors nel mirino.
Gli esercenti hanno investito negli spazi esterni per vivibilità e sostenibilità energetica, ma ora si trovano a dover vietare la sigaretta ai tavolini all’aperto, creando conflitti con i clienti. Al contrario, basta spostarsi in una via laterale per poter fumare indisturbati.
Le vere priorità altrove.
In Pianura Padana le giornate di smog restano legate a traffico veicolare, riscaldamento domestico e, più in generale, a fenomeni atmosferici che intrappolano gli inquinanti. Pensare di incidere con il divieto di fumo all’aperto significa concentrare le energie politiche su una fonte minore, lasciando in ombra i nodi più pesanti.
Più conflitti che benefici
Il risultato concreto è una città dove il divieto produce più frizioni sociali che aria pulita. Non educa davvero, perché sposta il discorso su una quota marginale del problema, e non migliora l’applicazione delle regole, perché è difficile stabilire quando si è davvero “isolati” o quanto siano dieci metri in mezzo alla folla.
La via del buon senso
Un approccio più equilibrato sarebbe individuare perimetri chiari nelle aree davvero critiche – fermate, ingressi, spazi stretti – con segnaletica visibile e controlli mirati. Creare spazi fumo all’aperto ben attrezzati ridurrebbe i mozziconi e le tensioni, senza trasformare tutta la città in un enorme divieto. E parallelamente investire su ciò che davvero fa la differenza: traffico, logistica, riscaldamenti, mezzi pubblici.
Una questione di civiltà
Chi fuma, a prescindere dalle leggi, dovrebbe rispettare chi lo circonda e l’ambiente: evitare le code, scegliere luoghi idonei, non gettare mozziconi a terra. Ma questo è un tema di educazione e responsabilità personale, non un alibi per scaricare su una minoranza simbolica il peso di un problema ben più grande.
