6 Ottobre 2026, martedì
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Addio a Karim, il sogno spezzato nel fiume Adda

Il giovane egiziano di 16 anni, minore non accompagnato ospite di una comunità nel Cremonese, è morto al San Raffaele dopo essere stato recuperato senza vita nel tratto proibito del fiume a Merlino. Aperta un’inchiesta dalla Procura.

AGGIORNAMENTO

Addio a Karim Hamed Mandi. Il ragazzo aveva solo 16 anni e portava con sé una storia come tante, fatta di speranze, difficoltà e sogni che attraversano confini e fiumi, nel suo caso letteralmente. È morto all’ospedale San Raffaele di Milano dopo un disperato tentativo di rianimazione seguito al drammatico incidente avvenuto giovedì 14 agosto nel tardo pomeriggio, quando si è tuffato nelle acque del fiume Adda, nel territorio di Merlino (Lodi), senza più riemergere.

Il giovane era originario dell’Egitto e viveva in Italia come minore non accompagnato, accolto da una comunità a Spino d’Adda, in provincia di Cremona. Quel pomeriggio d’estate, come tanti coetanei, aveva scelto di cercare refrigerio nell’Adda. Ma in quel tratto, da anni, la balneazione è vietata: un divieto motivato non da burocrazia, ma da reali ragioni di sicurezza. La profondità irregolare del letto del fiume e le forti turbolenze rendono quel punto estremamente pericoloso. Un rischio noto, tanto che i cartelli che avvisano del divieto sono ben visibili lungo le rive.

Quando Karim è scomparso sott’acqua, sono stati gli amici che erano con lui a lanciare l’allarme. La macchina dei soccorsi si è mossa con tempestività. I Vigili del Fuoco di Lodi sono intervenuti con mezzi di terra e con l’elicottero Drago decollato da Malpensa. È stato proprio quest’ultimo, sorvolando la zona di Bocchi di Comazzo, a individuare il corpo del ragazzo, immobile sul fondo del fiume.

È iniziata allora una corsa contro il tempo. I vigili del fuoco si sono tuffati per riportarlo in superficie e hanno subito cominciato le manovre di rianimazione, continuate poi dai sanitari accorsi sul posto. Il ragazzo è stato trasportato d’urgenza in condizioni disperate al San Raffaele di Milano. Ma non ce l’ha fatta. Il suo cuore ha smesso di battere poco dopo.

La notizia della morte ha colpito profondamente non solo la comunità di Spino d’Adda, dove il ragazzo era inserito in un percorso di accoglienza, ma anche tutti coloro che hanno seguito con apprensione le sue ultime ore di vita. Perché la sua vicenda tocca corde profonde: quelle di un’adolescenza spezzata, di una migrazione ancora in corso, e di una tragedia che si sarebbe potuta evitare.

Sull’accaduto, la Procura di Lodi ha aperto un’inchiesta. I Carabinieri stanno conducendo le indagini per chiarire ogni dettaglio dell’episodio, anche se l’ipotesi principale resta quella dell’incidente. Sarà compito degli inquirenti verificare eventuali responsabilità e accertare se siano state rispettate tutte le normative relative alla sicurezza e alla sorveglianza di aree notoriamente pericolose.

Intanto, resta il dolore per una giovane vita interrotta troppo presto. Karim aveva attraversato un lungo viaggio per cercare un futuro migliore. Lo aveva trovato, forse, in un piccolo paese della provincia italiana, tra coetanei e operatori che lo seguivano. Fino a quel pomeriggio d’estate, quando un tuffo, in un fiume che sembrava promettere solo frescura, si è trasformato in tragedia.

Il suo nome si aggiunge a una lista che ogni estate si rinnova: quella dei giovani — spesso giovanissimi, spesso stranieri — che trovano la morte nelle acque di fiumi e laghi italiani, in tratti vietati alla balneazione, dove i segnali non bastano e la percezione del pericolo non è sufficiente.

Forse Karim non conosceva quel divieto. Forse non immaginava che sotto la superficie tranquilla dell’Adda si celasse una corrente pronta a trascinarlo via. Ora, resta solo un grande vuoto. E l’ennesima domanda che torna, puntuale, ogni estate: cosa si può fare in più per evitare che tragedie come questa si ripetano?

La risposta, come sempre, dovrà venire non solo dalle indagini, ma anche da una riflessione collettiva sulla prevenzione, l’informazione, l’inclusione. Perché nessuno debba più morire così, in silenzio, nel cuore di un fiume.

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