RAMALLAH – La tensione mediorientale torna a infiammarsi, mentre si alza un nuovo grido di allarme dalla Cisgiordania. Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), Mahmud Abbas, noto anche come Abu Mazen, ha condannato con parole durissime la decisione del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu di procedere con l’occupazione della Striscia di Gaza, definendola senza mezzi termini “un crimine in piena regola” e “una catastrofe umanitaria senza precedenti”.
In un comunicato ufficiale diffuso dal suo ufficio, Abu Mazen accusa apertamente Israele di violare il diritto internazionale e di portare avanti una strategia che, a suo giudizio, ha contorni drammatici e inaccettabili: “Si continua a praticare il genocidio e ad affamare la popolazione civile. L’occupazione militare permanente non è una soluzione, ma l’amplificazione della crisi”.
“Genocidio, fame e repressione: la comunità internazionale intervenga”
L’uscita pubblica del leader palestinese arriva in un momento delicato, in cui la già compromessa situazione umanitaria nella Striscia di Gaza rischia di precipitare ulteriormente. Abu Mazen denuncia con forza “le operazioni sistematiche che colpiscono la popolazione civile, la distruzione di infrastrutture vitali, l’impedimento all’accesso agli aiuti umanitari e la strategia di strangolamento economico e sociale che Israele sta imponendo al popolo palestinese”.
Parole che pesano e che risuonano come un’accusa formale alla comunità internazionale: “Se non si interviene ora – si legge nella nota – il mondo sarà complice di un nuovo disastro umanitario. Serve un’immediata presa di posizione per fermare una politica che ha superato ogni limite di legalità e di umanità”.
“Il diritto all’autodeterminazione non è negoziabile”
Nel suo intervento, Abu Mazen rilancia un tema centrale della questione israelo-palestinese: “Il popolo palestinese ha il diritto all’autodeterminazione, in uno Stato indipendente con Gerusalemme Est come capitale”. Un principio riconosciuto da numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, ma mai tradotto in una realtà politica duratura.
La decisione del governo israeliano, secondo il presidente dell’ANP, “non è solo una provocazione politica, ma un atto che mina le fondamenta stesse del diritto internazionale, dello status dei territori occupati e delle prospettive di una pace giusta e sostenibile”.
Appello a Donald Trump: “Fermi Netanyahu, serva una pace permanente”
In una parte del messaggio rivolta direttamente alla comunità internazionale, Abu Mazen si appella all’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che in passato aveva svolto un ruolo centrale nelle dinamiche diplomatiche della regione.
Il leader palestinese invita Trump “a fermare il piano di Netanyahu e a usare la sua influenza per spingere verso una soluzione di pace permanente, non basata sulla forza militare, ma sul rispetto reciproco e sul diritto dei popoli a vivere in sicurezza e dignità”.
L’appello, sebbene rivolto a una figura politica non attualmente in carica, rappresenta un segnale evidente della sfiducia di Ramallah verso gli attori internazionali oggi protagonisti della diplomazia mediorientale, e testimonia la gravità della situazione percepita da parte palestinese.
Un conflitto che si aggrava
Le parole di Abu Mazen giungono mentre sul terreno la crisi umanitaria a Gaza peggiora giorno dopo giorno. Le organizzazioni internazionali denunciano una situazione drammatica: ospedali al collasso, scarsità di acqua potabile, blackout energetici prolungati e centinaia di migliaia di sfollati.
Il timore di un’escalation irreversibile è concreto. L’occupazione diretta della Striscia, già devastata da anni di blocco e guerre, rischia di far saltare ogni margine di trattativa e di allontanare ulteriormente l’ipotesi di una soluzione diplomatica.
Il contesto: una lunga storia di tensione
La Striscia di Gaza, enclave palestinese costiera, è da anni uno dei territori più densamente popolati e più martoriati del mondo. Dopo il ritiro unilaterale di Israele nel 2005, il controllo del territorio è passato nel 2007 a Hamas, organizzazione considerata terroristica da Israele, Stati Uniti e Unione Europea.
Da allora, Gaza è stata sottoposta a un rigido blocco economico e militare, e ha vissuto ciclicamente conflitti violenti con Israele. Ogni tentativo di soluzione duratura si è scontrato con la radicalizzazione degli attori coinvolti, il fallimento delle mediazioni e l’assenza di un fronte internazionale coeso.
Un futuro sempre più fragile
Con questa nuova presa di posizione, Abu Mazen tenta di riportare l’attenzione sull’urgenza di una soluzione politica e diplomatica, mentre il terreno si infiamma e la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto.
Il messaggio è chiaro: l’occupazione di Gaza non è solo una questione militare o geopolitica, ma una sfida ai valori fondamentali del diritto internazionale, che richiede una risposta netta e immediata da parte della comunità globale.
E se davvero, come dice Abu Mazen, “muore solo chi è dimenticato”, allora questo appello punta a tenere viva non solo la memoria, ma anche la speranza di un popolo in cerca di giustizia, dignità e pace.
