5 Ottobre 2026, lunedì
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Savostyanov: “Trump e Putin, stessa strategia di pressione psicologica sull’Occidente”

Evgenij Savostyanov, ex capo del KGB di Mosca, analizza le somiglianze tra la retorica di Donald Trump e quella di Vladimir Putin, accusando entrambi di utilizzare la minaccia come strumento di manipolazione dell’opinione pubblica occidentale.

Una dichiarazione che pesa, non solo per il suo contenuto, ma per chi la pronuncia: Evgenij Savostyanov, ex direttore del KGB di Mosca negli anni della transizione post-sovietica, figura chiave dell’intelligence russa e testimone diretto delle trasformazioni geopolitiche che hanno attraversato il blocco orientale. In una rara intervista concessa al Corriere della Sera, Savostyanov rompe il silenzio per lanciare un’analisi che accomuna due figure politiche apparentemente opposte: Donald Trump e Vladimir Putin.

Secondo l’ex capo dei servizi segreti moscoviti, entrambi i leader – il presidente russo in carica e l’ex presidente statunitense in corsa per un nuovo mandato – adottano la medesima strategia comunicativa e politica, fondata sulla pressione psicologica esercitata attraverso la simulazione della minaccia estrema, in particolare quella nucleare o bellica. Una strategia, spiega Savostyanov, che non ha quasi mai avuto un reale fondamento operativo, ma che si è rivelata efficace nel condizionare l’opinione pubblica e gli equilibri internazionali.

«Putin ha più volte fatto ricorso a dichiarazioni e gesti simbolici che lasciassero intravedere una volontà di arrivare fino al punto di non ritorno, fino all’Apocalisse», afferma Savostyanov, riferendosi alla ricorrente evocazione, più o meno esplicita, dell’uso dell’arma atomica da parte del Cremlino nel contesto del conflitto in Ucraina. «Ma, in realtà, quella determinazione non c’è mai stata davvero. Si è trattato di un gioco psicologico, calibrato per spingere l’Occidente verso atteggiamenti più accomodanti o disorientati».

Una tattica ben nota agli strateghi della guerra fredda, e che oggi trova nuova applicazione – secondo l’analisi dell’ex dirigente del KGB – nell’approccio di Donald Trump, che proprio in queste settimane ha intensificato le dichiarazioni a effetto, soprattutto in tema di Nato, Ucraina e relazioni con Mosca. Il parallelo tracciato da Savostyanov non è casuale, né banale: evidenzia un comune registro di comunicazione basato sull’escalation verbale, sull’ostentazione del rischio massimo, e sulla volontà di sfruttare la paura come leva di influenza.

Trump, come Putin, usa l’arma della minaccia per ridisegnare i rapporti di forza, non necessariamente per implementare azioni drastiche, ma per spostare l’asse del dibattito, dettare l’agenda, intimidire o mobilitare un elettorato. È una forma di politica che affonda le radici nel realismo machiavellico, ma che oggi si alimenta della rapidità dei media, dell’ecosistema digitale, e di una crescente polarizzazione sociale.

Savostyanov parla con lucidità disincantata, non da moralista, ma da uomo di apparato che conosce i meccanismi del potere, soprattutto quando esso si muove dietro la cortina dell’ambiguità. Il suo punto di vista è quello di chi osserva la scena mondiale con lo sguardo lungo dell’intelligence e vede nella convergenza di queste tattiche il segnale di una profonda trasformazione nel modo in cui le democrazie occidentali vengono sfidate, non solo sul piano militare, ma soprattutto sul terreno della percezione collettiva.

La Russia, sotto Putin, ha fatto della minaccia una costante retorica strategica. Trump, con toni più irregolari ma simili nei contenuti, tende a ricalcare quella logica. In entrambi i casi, osserva Savostyanov, «non si tratta di veri piani di distruzione, ma di strumenti di potere usati per condizionare».

Un’analisi che non può lasciare indifferenti in un contesto globale in cui la deterrenza ha cambiato pelle, trasformandosi in teatro comunicativo più che in dottrina militare. La guerra, oggi, si combatte anche e soprattutto con le parole, e i leader capaci di minacciare con efficacia – senza necessariamente agire – riescono spesso a ottenere più di quanto non faccia chi si muove con coerenza diplomatica.

Mentre il conflitto in Ucraina prosegue e l’Europa cerca un fragile equilibrio tra sostegno militare a Kyiv e dialogo con Mosca, il giudizio di Savostyanov si impone come un richiamo alla realtà. La vera arma del potere, oggi, sembra essere la percezione del rischio, più che il rischio stesso. E chi sa manipolarla con abilità può alterare i rapporti di forza anche senza muovere un solo carro armato.

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