26 Ottobre 2026, lunedì
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Trump impone il conto alla rovescia a Mosca: “Dieci giorni per la pace in Ucraina”

Il presidente americano rilancia la sua linea muscolare e dà un ultimatum a Putin. Dura la replica di Medvedev: “Ogni ultimatum è un passo verso la guerra con gli Stati Uniti”

In un passaggio che riaccende la tensione diplomatica tra Washington e Mosca, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di voler fissare una scadenza stringente — dieci, massimo dodici giorni — entro cui la Russia dovrebbe addivenire a una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina. Si tratta di un drastico ridimensionamento rispetto alla precedente finestra temporale indicata dallo stesso Trump, che parlava di 50 giorni.

“Metterò fine alla guerra in tempi brevissimi”, ha affermato Trump, evocando una leadership risolutiva e un approccio diretto nei confronti del Cremlino. La dichiarazione si inserisce nel quadro delle sue reiterate promesse elettorali, secondo cui solo un intervento forte e deciso da parte americana potrebbe sbloccare lo stallo bellico che da oltre due anni insanguina l’Europa orientale.

La risposta russa non si è fatta attendere. Dmitry Medvedev, già presidente della Federazione Russa e oggi vice segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale, ha affidato a un post su X (ex Twitter) un commento al vetriolo: “Ogni ultimatum di Trump alla Russia è un passo verso la guerra con gli Stati Uniti”. Parole che, al di là del tono, fotografano un deterioramento ulteriore dei rapporti già gravemente compromessi tra Mosca e Washington.

Una retorica che inquieta

Le parole di Trump, che tornano a evocare il linguaggio del diktat e della pressione bilaterale, sollevano interrogativi sulla direzione che la diplomazia americana potrebbe prendere nel nuovo ciclo politico. Se da un lato la promessa di porre fine al conflitto è destinata a risuonare con forza tra gli elettori americani, sempre più diffidenti verso il prolungarsi dell’impegno statunitense in scenari bellici esterni, dall’altro il metodo minaccia di inasprire i toni e di limitare i margini per una vera trattativa multilaterale.

Medvedev ha usato toni volutamente provocatori, ma non è la prima volta che da ambienti vicini al Cremlino giungono segnali di irritazione nei confronti di una possibile presidenza Trump-bis. Nonostante le ambiguità del passato, oggi Mosca teme la possibilità che una nuova amministrazione americana, pur meno incline al multilateralismo, possa impiegare leve di pressione più aggressive e dirette, sottraendo spazio alle manovre diplomatiche e militari russe.

Uno scenario più incerto che mai

L’idea di un ultimatum a tempo determinato rivolto a Vladimir Putin — peraltro senza dettagli ufficiali sulle condizioni e sugli strumenti — si presta a molte interpretazioni. A livello internazionale, rischia di essere letta come un gesto simbolico più che come una proposta concreta. Ma per Mosca, che continua a denunciare qualsiasi forma di “ingerenza occidentale” nella guerra in Ucraina, tali dichiarazioni rappresentano una provocazione.

L’evoluzione della guerra, le alleanze in campo, il ruolo della NATO e della Cina, oltre all’andamento delle elezioni americane, renderanno nei prossimi mesi il quadro ancora più imprevedibile. La diplomazia, per ora, resta in secondo piano. Ma ogni dichiarazione come quella di Trump ha un peso. E in un contesto già carico di tensioni, anche le parole possono essere detonatori.

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