6 Ottobre 2026, martedì
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Femminicidio, il Senato approva il reato autonomo: ora la palla passa alla Camera

Meloni esulta per il risultato raggiunto, ma dal Partito Democratico arriva l’invito a non fermarsi alla sola repressione. La violenza sulle donne non è un'emergenza, ma un fenomeno strutturale che richiede prevenzione e cultura.

Il Senato ha approvato all’unanimità il disegno di legge che introduce nel codice penale italiano il reato autonomo di femminicidio. Una novità significativa, destinata a segnare un passaggio politico e simbolico nella lotta contro la violenza sulle donne. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha accolto con soddisfazione il voto, parlando di un passo importante e sottolineando che l’Italia si pone tra le prime nazioni a riconoscere giuridicamente la specificità di questa forma di violenza.

Un testo, voluto dal governo, che ora passa all’esame della Camera, con l’auspicio – espresso dalla stessa Meloni – che l’iter possa concludersi in tempi rapidi. La premier ha voluto ringraziare tutte le forze politiche, di maggioranza e opposizione, per aver sostenuto compatte il provvedimento e per aver contribuito al miglioramento del testo durante il dibattito parlamentare.

Ma accanto al plauso istituzionale, si alza anche la voce di chi invita a non fermarsi al solo piano repressivo. Roberta Mori, portavoce nazionale della Conferenza delle Donne Democratiche e figura di riferimento del Partito Democratico sul tema dei diritti di genere, ha definito il provvedimento un passaggio utile, ma non risolutivo.

Secondo Mori, il valore del disegno di legge sta nella sua capacità di nominare in modo chiaro un fenomeno strutturale: la violenza maschile contro le donne, un attacco sistematico alla libertà e all’autodeterminazione femminile. Proprio per questo, dice, il Partito Democratico ha scelto di sostenere il testo, contribuendo attivamente alla sua elaborazione e chiedendo parallelamente l’inserimento di ordini del giorno che impegnino il governo su un fronte più ampio.

Perché se è vero che rafforzare la risposta penale è giusto e doveroso, è altrettanto vero che la repressione, da sola, rischia di essere un’arma spuntata. Senza investimenti seri nella prevenzione, nei percorsi educativi, nei servizi territoriali, nel lavoro di prossimità, nella promozione di una cultura del rispetto e dell’uguaglianza, la legge rischia di arrivare sempre troppo tardi. Quando una donna è già stata colpita. Quando, spesso, non è più in vita.

Mori richiama i principi della Convenzione di Istanbul, che insiste proprio sulla prevenzione come asse portante delle politiche contro la violenza di genere. E mette in guardia da un pericolo tutt’altro che teorico: che l’introduzione del reato di femminicidio venga usata come alibi per rinviare ancora una volta interventi strutturali e culturali. Come se bastasse un nuovo articolo nel codice penale per risolvere una piaga che affonda le radici nella disuguaglianza, nel controllo patriarcale, nella negazione sistemica del corpo e delle scelte delle donne.

Il reato autonomo di femminicidio è dunque un segnale importante. Ma non può e non deve essere l’unico. La giustizia vera non è quella che interviene dopo un delitto. È quella che lo previene. Che protegge prima che sia troppo tardi. Che restituisce alle donne non solo la sicurezza, ma anche la libertà di vivere, scegliere e autodeterminarsi senza paura.

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