MILANO — È stato arrestato lo scorso 3 luglio all’aeroporto di Malpensa, appena sbarcato in Italia, un cittadino cinese di 33 anni su cui pendeva un mandato di cattura internazionale emesso dagli Stati Uniti. L’uomo è accusato dall’FBI di aver preso parte a un’operazione di cyberspionaggio risalente al 2020, nel pieno della pandemia da Covid-19, con l’obiettivo di sottrarre informazioni sensibili relative allo sviluppo dei vaccini anti-coronavirus.
Secondo le autorità statunitensi, il 33enne sarebbe stato membro di un gruppo di hacker responsabile di attacchi informatici mirati, tra cui quello ai laboratori dell’Università del Texas, impegnata nella ricerca sui vaccini. L’indagine fa parte di un ampio dossier del Dipartimento di Giustizia Usa su attività di cyberspionaggio attribuite a soggetti legati a Pechino, in un contesto di crescente tensione tra Washington e il governo cinese in materia di sicurezza digitale e proprietà intellettuale.
Il presunto hacker, che si trova attualmente detenuto in Italia, comparirà domani davanti alla Corte d’Appello competente per l’udienza di estradizione. La sua famiglia respinge con decisione le accuse, sostenendo che si tratti di un semplice tecnico informatico impiegato in un’azienda del settore, senza alcun coinvolgimento in attività illegali.
Le autorità italiane, nel rispetto delle procedure internazionali, hanno provveduto al fermo in coordinamento con l’Interpol. L’esito dell’udienza di domani sarà cruciale per stabilire se l’uomo verrà trasferito negli Stati Uniti per affrontare il processo. Nel frattempo, si intensifica il dibattito sulla delicata frontiera tra sicurezza nazionale, cooperazione giudiziaria e tutela dei diritti individuali.
