25 Ottobre 2026, domenica
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Nucleare d’Italia: il ritorno fantasma tra propaganda e realtà

Mentre il Governo spinge per riaprire la stagione atomica, due referendum popolari restano ignorati. Un'inchiesta tra costi nascosti, impatti ambientali, siti mai nati e depositi eterni.

A cura di Daniele Cappa

Nel silenzio delle aule istituzionali e nell’eco fragoroso dei talk show, si fa sempre più strada una parola che sembrava archiviata dalla storia energetica italiana: nucleare. A rilanciarla è una parte del governo, che nel nome della transizione e della sicurezza energetica tenta di far passare un decreto-legge che, di fatto, riapre la porta alle centrali atomiche, ignorando due esiti referendari popolari netti e ancora pienamente validi.

Ma al di là degli slogan e delle dichiarazioni d’intenti, che cosa comporterebbe davvero un ritorno dell’Italia al nucleare? E soprattutto, qual è il costo ambientale, economico e democratico di questa scelta?

I referendum dimenticati

Nel 1987, all’indomani del disastro di Chernobyl, gli italiani si espressero con forza: con percentuali tra il 71,9% e l’80,6%, dissero “no” alla prosecuzione del programma nucleare. Il risultato fu la chiusura delle centrali esistenti e lo stop a qualsiasi progetto futuro.

Nel 2011, un secondo pronunciamento popolare ribadì il concetto con ancora più chiarezza. Il 94% dei votanti si oppose alla reintroduzione dell’atomo, spazzando via i piani del governo Berlusconi.

Due votazioni, due messaggi inequivocabili. Eppure oggi si discute di nucleare come se nulla fosse accaduto, in una sospensione della memoria collettiva e della volontà democratica.

L’illusione della scorciatoia

Secondo i fautori del ritorno all’atomo, il nucleare di “nuova generazione” sarebbe sicuro, conveniente, addirittura ecologico. Ma i dati raccontano una storia diversa.

Per costruire una centrale nucleare in Italia, occorre:

  • individuare siti geologicamente stabili, lontani da faglie sismiche, con adeguata viabilità e basso impatto ambientale;
  • ottenere oltre 40 autorizzazioni tra valutazioni ambientali, piani urbanistici, sicurezza e pareri delle autorità indipendenti;
  • reperire fondi enormi: dai 8 ai 10 miliardi di euro per impianto, esclusi i costi di gestione e sicurezza;
  • attendere almeno 6-8 anni per la costruzione, seguendo l’efficienza dei modelli cinesi (difficile da replicare in Italia).

Se tutto andasse perfettamente — e in Italia raramente accade — l’impianto entrerebbe in funzione dopo quasi un decennio. Ma qui arriva il primo paradosso: l’energia prodotta in quei decenni costerebbe fino al 400% in più rispetto al prezzo medio di mercato.
E questo per i 40-50 anni necessari all’ammortamento dell’investimento iniziale.

Ma il vero incubo arriva dopo: lo smantellamento dell’impianto, noto come decommissioning, ha un costo stimato pari al triplo della costruzione: tra i 24 e i 30 miliardi di euro. Nessuna centrale si chiude “semplicemente”: bisogna smantellare, decontaminare, isolare per decenni o secoli.

I depositi eterni che non abbiamo

Ma il punto più critico, e meno affrontato, è quello dei rifiuti radioattivi.

Ogni centrale produce tonnellate di materiali contaminati, pericolosi per centinaia di migliaia di anni.
Per contenerli servono depositi geologici profondi, ovvero bunker sotterranei a centinaia di metri, blindati e monitorati per almeno 100.000 anni.

In Italia, non esiste oggi alcun deposito geologico operativo. Il progetto del Deposito Nazionale delle Scorie Radioattive, gestito da Sogin, è ancora in fase di consultazione. Dal 1999, data di istituzione della società, non è stato scavato nemmeno un metro.

E qui emerge la sproporzione: i depositi costano più delle centrali stesse, richiedono tempi tecnici, accettabilità sociale, rigore normativo e la capacità di gestire rischi che superano di gran lunga la durata di ogni ciclo politico o economico.

Basti guardare alla Finlandia: il sito di Olkiluoto, primo esempio europeo di deposito geologico profondo, è stato progettato e costruito in 40 anni, senza indennizzi ai territori ospitanti. Il principio è semplice: se il deposito è sicuro, non c’è nulla da indennizzare. Una lezione di trasparenza che l’Italia non ha ancora imparato.

Inchiesta ambientale: cosa ne pensa il territorio?

Abbiamo interpellato alcuni esperti e rappresentanti di comitati territoriali nelle zone indicate come potenzialmente idonee dal piano preliminare di Sogin. Le risposte sono emblematiche:

“Non abbiamo paura della tecnologia, ma dell’opacità con cui viene calata dall’alto,”
afferma Rita Campanelli, attivista ambientale in Basilicata.

“Si parla di sicurezza, ma i nostri comuni non hanno nemmeno i vigili del fuoco in organico,”
dice Marco Lodesani, sindaco di un piccolo centro in provincia di Viterbo.

Le stesse associazioni ambientaliste denunciano il rischio di conflitti sociali, pressioni economiche su territori fragili e assenza di partecipazione pubblica, in aperta violazione delle convenzioni internazionali (Aarhus, Espoo) che regolano l’informazione e la consultazione in materia ambientale.

Una filiera che non esiste

Infine, un dato che chiude il cerchio: quante aziende italiane sono oggi in grado di progettare, costruire, gestire e smantellare un impianto nucleare secondo gli standard internazionali?
Zero.

La filiera nazionale del nucleare non esiste più. Dopo lo stop degli anni ’80, sono andate disperse competenze, know-how, ingegneri, tecnici specializzati. La tecnologia dovrebbe quindi essere acquistata all’estero, con costi maggiorati e dipendenza energetica di ritorno.

Conclusione: un sogno che è solo propaganda

Il ritorno al nucleare in Italia, presentato come moderna scelta razionale, si rivela — numeri alla mano — una scommessa antieconomica, ambientalmente rischiosa e democraticamente fragile.

Nel Paese dei cantieri eterni, delle autorizzazioni interminabili, dei territori che non vogliono le pale eoliche né i rigassificatori, immaginare centrali nucleari funzionanti entro vent’anni è una favola. E una favola costosa: oltre 100 miliardi di euro senza un solo kilowatt prodotto.

La domanda allora non è se il nucleare sia “moderno” o “sicuro”. La vera domanda è:
Possiamo permetterci di ignorare ancora i cittadini, la realtà economica e il tempo della crisi climatica, per inseguire un’ideologia energetica fallita?

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