Dalla notte del 13 giugno, l’Iran è teatro di un’escalation militare senza precedenti, che segna un ulteriore e drammatico aggravarsi delle tensioni in Medio Oriente. Secondo quanto riportato dalla TV di Stato iraniana, sono almeno 500 le vittime finora accertate a seguito degli attacchi sferrati da Israele contro obiettivi ritenuti simbolici e strategici del regime degli ayatollah. I feriti superano i 3.000.
Nel mirino dell’aviazione israeliana sono finiti non solo aeroporti e infrastrutture militari, ma anche luoghi dal forte valore simbolico. Tra questi, il carcere di Evin, tristemente noto per la detenzione di dissidenti politici, attivisti e intellettuali oppositori del regime. Colpite anche sedi delle Guardie della Rivoluzione islamica, il corpo d’élite fedele alla Guida Suprema, e la sede della radiotelevisione pubblica IRIB, la voce ufficiale del potere teocratico.
L’intensità e la selezione dei bersagli lasciano intendere una strategia mirata a colpire i centri nevralgici del potere iraniano, più che un’azione meramente difensiva. Tel Aviv, al momento, non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali sull’operazione, ma diverse fonti militari confermano l’impiego di velivoli avanzati e di missili a lunga gittata.
Secondo fonti iraniane, un caccia stealth israeliano F-35 sarebbe stato abbattuto durante un’incursione: il pilota, catturato vivo, si troverebbe attualmente in custodia delle autorità di Teheran. Un colpo mediaticamente significativo per l’Iran, che potrebbe sfruttarlo come elemento di pressione nei confronti della comunità internazionale.
Non si è fatta attendere la reazione della Russia. Il presidente Vladimir Putin ha definito l’azione israeliana come «un’aggressione ingiustificata» e ha chiesto «un immediato cessate il fuoco», invitando le parti a rientrare nei limiti del diritto internazionale. Preoccupazioni condivise anche da diverse cancellerie europee e da osservatori ONU, che parlano di «crisi ad alto potenziale destabilizzante».
Nel sud di Israele, intanto, si registrano nuovi lanci di missili partiti dal territorio iraniano, intercettati in gran parte dal sistema Iron Dome. Tuttavia, non si esclude il rischio di un ulteriore allargamento del conflitto a tutta l’area mediorientale, con il coinvolgimento di attori regionali come Hezbollah, Hamas e le milizie sciite in Iraq e Yemen.
La popolazione civile iraniana, già colpita da anni di sanzioni e crisi economica, paga ora il prezzo più alto di questo scontro geopolitico. Le immagini che arrivano da Teheran mostrano interi quartieri devastati, ospedali al collasso e migliaia di sfollati.
La comunità internazionale è chiamata a una risposta rapida e concertata, prima che la spirale di violenza diventi incontrollabile. Nel frattempo, il mondo osserva col fiato sospeso lo sviluppo di una crisi che rischia di ridisegnare gli equilibri di potere in Medio Oriente.
