MILANO – La notizia di una presunta impronta riconducibile ad Andrea Sempio nella villetta di via Pascoli a Garlasco – dove nel 2007 venne uccisa Chiara Poggi – ha riacceso l’attenzione mediatica sul caso, ma per il legale della famiglia Poggi non si tratta di una svolta. Anzi, l’avvocato Gian Luigi Tizzoni invita alla prudenza: “Quella traccia non è la prova chiave che qualcuno vuol far credere. È un dato marginale, facilmente spiegabile, che non cambia il quadro già definito giudiziariamente”.
Al centro del dibattito investigativo c’è una impronta lasciata da Sempio, amico di Chiara e coetaneo, su una scala che conduce alla tavernetta della casa dove fu ritrovato il corpo della ragazza. La traccia, rilevata nelle indagini integrative, è priva di sangue e situata accanto a quella di Marco Poggi, fratello della vittima. Secondo Tizzoni, la presenza di Sempio in quel punto non ha valore probatorio determinante: “Era solito frequentare l’abitazione. La tavernetta era il luogo dove Chiara e i suoi amici si riunivano, dove si trovavano la playstation e i videogiochi. È verosimile che Andrea avesse già percorso quelle scale in passato”.
Il legale ha poi sottolineato un altro dettaglio tecnico, relativo alla scarpa dell’assassino, uno degli elementi chiave delle indagini. “L’unica impronta compatibile con la calzatura dell’aggressore, una suola a pallini di misura 42, si arresta al secondo gradino della scala. Non ci sono altre tracce più in basso, in prossimità dell’impronta di Sempio. È un elemento che va letto con attenzione e senza forzature”.
Proprio per chiarire ogni possibile equivoco, la Procura ha delegato nuove analisi tecniche comparative per verificare con certezza la misura della suola attribuita all’assassino: numero 42, come quella di Alberto Stasi, l’ex fidanzato di Chiara attualmente detenuto e condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per l’omicidio, oppure numero 44, come quella di Andrea Sempio.
Il caso Garlasco, uno dei più controversi e seguiti della cronaca giudiziaria italiana, resta dunque al centro di valutazioni tecniche e legali, ma senza elementi tali da rimettere realmente in discussione l’esito processuale. “La giustizia ha fatto il suo corso – ha concluso Tizzoni – e oggi, a distanza di anni, serve rigore nell’analizzare ogni dettaglio, senza alimentare false illusioni o riaprire processi nei talk show”.
