L’Italia dello sport perde uno dei suoi simboli più amati: Nino Benvenuti, icona del pugilato tricolore, è morto all’età di 87 anni. È stato campione olimpico, campione del mondo in due categorie di peso, protagonista assoluto del ring negli anni d’oro della boxe, ma soprattutto un esempio di classe, intelligenza e stile che ha lasciato un segno profondo nella storia sportiva nazionale.
Da Roma 1960 al mito
Il suo nome resterà per sempre legato ai Giochi Olimpici di Roma 1960, quando un’Italia in pieno boom economico e vogliosa di affermazione internazionale applaudì il suo trionfo nei pesi welter. Nato a Isola d’Istria nel 1938, cresciuto nella Trieste di confine, figlio di esuli istriani, Giovanni “Nino” Benvenuti era un talento precoce, temprato da sacrifici e determinazione. Ai Giochi romani arrivò dopo aver vinto due titoli europei da dilettante nei superwelter (1957 e 1959), ma fu convinto dal tecnico azzurro Natale Rea a scendere di categoria per evitare il temibile americano Wilbert McClure.
Fu una mossa vincente: Benvenuti sbaragliò la concorrenza con classe e potenza, superando tra gli altri Jean Josselin e Ki-soo Kim prima di imporsi in finale ai punti sul sovietico Jurij Radonjak. La vittoria gli valse anche la prestigiosa Coppa Val Barker, riconoscimento riservato al miglior pugile tecnico dell’intero torneo. Un premio che lo mise davanti persino a un giovane Cassius Clay, poi diventato Muhammad Ali. Un onore che in Italia, oltre a lui, solo Patrizio Oliva riuscì a ottenere vent’anni dopo, a Mosca 1980.
Il professionismo e la gloria mondiale
Dopo l’Olimpiade, Benvenuti passò al professionismo. E la sua parabola continuò a salire. Nei superwelter ingaggiò una storica rivalità tutta italiana con Sandro Mazzinghi, battuto due volte nel 1965 in match validi per il titolo mondiale. Ma fu nei pesi medi che costruì la sua leggenda.
A partire dal 1967, affrontò uno dei più grandi rivali della sua carriera: Emile Griffith. I due diedero vita a una trilogia memorabile, culminata nel mitico incontro del Madison Square Garden di New York. Benvenuti vinse due dei tre match, conquistando e poi difendendo il titolo mondiale. Elegante, tecnico, dotato di un pugno pesante ma anche di una sorprendente lucidità tattica, fu un campione in grado di imporsi anche nei palcoscenici più prestigiosi del mondo.
Monzón, il crepuscolo e l’addio
Negli anni Settanta, il declino fisico e l’ascesa di nuovi campioni iniziarono a presentare il conto. Il pugile che gli tolse la corona fu l’argentino Carlos Monzón, che nel 1970 lo sconfisse a Roma e poi ancora a Montecarlo nel maggio 1971, costringendolo al ritiro dopo un KO tecnico al terzo round. Benvenuti lasciò così la scena con un record di 82 vittorie (di cui 35 per KO), 7 sconfitte e un pareggio.
Ma più del record, a rimanere nella memoria collettiva è stata la sua figura: quella di un campione che non fu mai solo muscoli e forza, ma anche testa, cuore e sorriso. Uno sportivo capace di parlare a ogni generazione, dentro e fuori dal ring.
Oltre la boxe, un’icona nazionale
Negli anni successivi al ritiro, Benvenuti si è distinto come dirigente sportivo, commentatore televisivo e uomo di spettacolo. Sempre presente nei momenti importanti dello sport italiano, è rimasto un punto di riferimento morale per chi vede nello sport non solo competizione, ma anche cultura, disciplina e valori.
Con la sua scomparsa, l’Italia saluta non solo un atleta straordinario, ma anche un uomo che ha rappresentato con orgoglio e dignità il volto migliore del nostro Paese. Quel sorriso indimenticabile, stampato sul volto anche dopo l’ultimo gong, resterà per sempre nell’album dei ricordi più belli dello sport italiano.
