ROMA – La politica internazionale si è vestita di sacro, e non senza ambiguità. A margine dell’intronizzazione di Papa Leone XIV, una cerimonia carica di solennità e simbolismo, Roma si è trasformata in un crocevia di potere, dove leader laici e rappresentanti delle istituzioni democratiche occidentali si sono ritrovati non solo a negoziare dazi, ma anche a genuflettersi – metaforicamente e non – davanti alla nuova autorità religiosa.
La premier italiana Giorgia Meloni ha colto l’occasione per convocare a Palazzo Chigi un incontro definito “informale ma cruciale” con il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance e la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Sul tavolo, le tensioni economiche tra Washington e Bruxelles, in particolare la rinnovata questione dei dazi transatlantici, ma anche la ricerca di un nuovo equilibrio tra due mondi sempre più distanti su energia, tecnologia e difesa.
“Il nostro compito è favorire il dialogo, non alimentare fratture,” ha affermato Meloni, presentandosi come mediatrice tra le due sponde dell’Atlantico. Dal canto suo, Vance ha parlato dell’Italia come di un “ponte naturale tra l’America e l’Europa“, riconoscendone il ruolo strategico ma forse anche sottolineando l’aspettativa di un Paese più allineato che autonomo.
Eppure, mentre a porte chiuse si discuteva di tariffe e scenari geopolitici, fuori dalle sale dei palazzi istituzionali si assisteva a una liturgia che ha fatto vacillare il confine tra Stato e Chiesa. Tutti i leader presenti – anche quelli estranei alla fede cattolica – hanno reso omaggio al nuovo pontefice con deferenze che hanno il sapore di un’adesione implicita più che di rispetto protocollo.
Un’omologazione simbolica, che non è sfuggita agli osservatori più attenti. Una genuflessione collettiva e trasversale, che pone interrogativi sull’equilibrio tra istituzioni laiche e autorità spirituali in un’epoca in cui il pluralismo dovrebbe essere la base della rappresentanza democratica.
L’evento ha comunque permesso all’Italia di rimettersi al centro del dialogo euroatlantico, sfruttando un’occasione formale per riportare al tavolo i protagonisti di un rapporto bilaterale oggi segnato da sospetti reciproci e priorità divergenti. Von der Leyen ha parlato di “un’Europa forte che dialoga, ma non cede sui propri interessi strategici”, lasciando intendere che la distanza con Washington, su molti dossier, resta ampia.
In una Roma vestita da capitale morale del mondo, il potere si è concesso un bagno di ritualità. Ma tra inginocchiamenti e dichiarazioni concilianti, il rischio è che la diplomazia finisca per perdere spina dorsale, scambiando la fermezza con il cerimoniale. E mentre si celebra l’unione dei popoli sotto il segno della croce, le fratture politiche – economiche, culturali e istituzionali – restano più vive che mai.
