A cura di Ionela Polinciuc
Un recente studio, grazie a nuove tecniche di mappatura cerebrale, getta luce su una sequenza inedita dei danni cerebrali causati dall’Alzheimer, rivelando due fasi distinte di progressione. Nella prima fase, i cambiamenti avvengono lentamente e in silenzio, colpendo inizialmente cellule specifiche e senza sintomi evidenti; nella seconda fase, invece, i danni si estendono rapidamente e provocano un profondo impatto sulle funzioni cognitive.
Richard J.Hodes, direttore del National Institute on Aging negli USA, sottolinea come questo studio apre prospettive innovative nella diagnosi precoce: «La possibilità di rilevare cambiamenti precoci può permetterci di monitorare ciò che accade al cervello prima dell’insorgere dei sintomi. Sapere se una persona sta imboccando la strada della demenza ci dà l’opportunità di intervenire in modo mirato». La nuova cronologia sfida la visione classica del decorso dell’Alzheimer e può guidare verso terapie sempre più specifiche e preventive.
Il team, guidato dai neuropatologi Mariano I. Gabitto e Kyle J. Travaglini, ha analizzato il cervello di 84 individui donatori, concentrandosi su cambiamenti cellulari precoci. Pubblicata su Nature Neuroscience , la ricerca evidenzia come i danni iniziali si concentrino sui “neuroni inibitori della somatostatina”, cellule che regolano i circuiti neuronali in modo che il cervello mantenga equilibrio e controllo. La perdita di queste cellule, che precede la comparsa dei sintomi cognitivi, è correlata a una destabilizzazione progressiva del circuito neurale e potrebbe costituire il punto di inizio della malattia.
Per tracciare una cronologia dettagliata dei danni, i ricercatori hanno usato strumenti di analisi genetica avanzati, esaminando il giro temporale medio del cervello, un’area critica per memoria e linguaggio. Gli studisi hanno osservato come i cambiamenti nella corteccia temporale possano avvenire fino a 14-18 anni prima dell’insorgenza dei sintomi, offrendo un margine temporale prezioso per un’eventuale diagnosi precoce.
Contrariamente alla concezione tradizionale, che descriveva un progressivo accumulo di proteine amiloidi e neurofibrillari lungo diverse fasi, la ricerca suggerisce una divisione netta tra due momenti. Il primo è caratterizzato da un lento accumulo di placche amiloidi, danni al rivestimento neuronale e attivazione del sistema immunitario cerebrale, mentre la seconda fase è più rapida e devastante, con il manifestarsi di segni e sintomi conclamati come la perdita di memoria e il declino cognitivo . Questo “secondo tempo” è infatti segnato da un aumento massiccio dei depositi di placche e grovigli neurofibrillari che ostruiscono la comunicazione tra neuroni.
Un altro dato cruciale dello studio è legato alla perdita dei neuroni inibitori della somatostatina, il cui deficit, a differenza dei neuroni eccitatori studiati in precedenza, sembra meno il sistema neuronale dell’inibizione e generare uno squilibrio che destabilizza l’intero sistema neurale. Tradizionalmente, si credeva che l’Alzheimer colpisse primariamente i neuroni eccitatori, ma questa scoperta potrebbe aprire nuove strade alla comprensione dei meccanismi della malattia.
Un ulteriore approfondimento, condotto dalla Brain Initiative dei NIH, ha rilevato che il gene REELIN potrebbe giocare un ruolo chiave nel rendere vulnerabili alcuni neuroni all’Alzheimer. Gli astrociti, cellule del sistema nervoso centrale che supportano i neuroni, potrebbero costituire un meccanismo di resilienza contro i danni. John Ngai, direttore della BRAIN Initiative, sottolinea come queste scoperte mostrino la potenzialità delle nuove tecnologie nel rivoluzionare la comprensione delle patologie neurodegenerative: «Rilevare i cambiamenti cellulari in fase precoce ci consente di creare un quadro più completo dell’Alzheimer e supporta la ricerca di diagnosi e trattamenti mirati».
L’Alzheimer, a lungo considerato una malattia senza una chiara fase iniziale, potrebbe invece offrire segnali di allarme prima dell’insorgere dei sintomi. Con l’identificazione di queste due fasi, se si aprono opportunità per approcci terapeutici precoci, e il nuovo studio segna un passo avanti nella conoscenza scientifica, potenzialmente capace di cambiare il modo in cui diagnosticare e trattare questa devastante patologia.
