Milano, piazza Duomo, domenica 18 ottobre. La città si ritrova ancora una volta a fare i conti con immagini che sembrano provenire da un copione già visto: vetrine sfondate, dehors distrutti, un supermercato saccheggiato, automobili vandalizzate, cestini rovesciati, biciclette e monopattini gettati in strada. Pietre e bottiglie contro le forze dell’ordine, bombe carta, idranti e lacrimogeni. Nel mezzo, una zona centrale della città trasformata in uno scenario di devastazione, mentre residenti, commercianti e passanti assistono impotenti all’ennesima giornata sottratta alla normalità.
Dopo gli scontri di sabato 17 ottobre, la guerriglia urbana si ripete domenica 18. Il bilancio riferito è di oltre 200 giovani fermati, circa l’80 per cento dei quali minorenni. Un dato che, da solo, dovrebbe impedire alla politica di rifugiarsi nelle formule consuete, quelle che oscillano tra la promessa di una repressione più severa e l’annuncio di nuovi provvedimenti destinati a dimostrare che il governo è pronto a intervenire.
Perché il punto non è soltanto ristabilire l’ordine in una piazza. È capire come sia possibile che gruppi di giovanissimi riescano a trasformare il centro di una grande città italiana in un teatro di violenza, devastazione e saccheggio. Ed è comprendere se le risposte elaborate finora siano state davvero adeguate alla dimensione del problema.
La questione riguarda Milano, naturalmente, ma investe anche la credibilità di chi ha fatto della sicurezza uno dei propri principali argomenti politici.
La sicurezza, il terreno sul quale il governo è chiamato a rispondere
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato per lunedì 19 ottobre una riunione dedicata all’ordine pubblico, dichiarando che il governo sta valutando ulteriori strumenti contro chi sfrutta i cortei per seminare il caos. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha incontrato i vertici della polizia e il questore di Milano. Anche il vicepremier Antonio Tajani ha annunciato una riunione di Forza Italia sulla sicurezza, rilanciando l’ipotesi di rafforzare l’operazione Strade Sicure e di tenere una riunione del Consiglio dei ministri a Milano.
La reazione istituzionale è comprensibile. Quando la violenza investe il cuore di una città, le autorità hanno il dovere di intervenire, individuare i responsabili, prevenire nuove aggressioni e tutelare chi lavora, abita o semplicemente attraversa quelle strade. La sicurezza non è un argomento accessorio, né una concessione alla sensibilità politica di una parte del Paese. È una funzione essenziale dello Stato.
Ma proprio per questo non può essere ridotta a una sequenza di dichiarazioni, vertici straordinari e annunci di nuove misure.
Il governo Meloni ha costruito una parte rilevante della propria identità politica sulla promessa di restituire sicurezza ai cittadini, rafforzare l’autorità dello Stato e contrastare con maggiore determinazione illegalità e disordine. Su questo terreno ha cercato consenso, ha rivendicato la propria differenza rispetto agli avversari e ha presentato la fermezza come una delle caratteristiche distintive della propria azione.
Ebbene, quando il centro di Milano viene nuovamente travolto dalla violenza e tra i fermati prevalgono addirittura i minorenni, la domanda diventa inevitabile: dove si è inceppato il meccanismo?
Non significa sostenere che il governo sia direttamente responsabile di ogni episodio di ordine pubblico. Nessun esecutivo può impedire in assoluto ogni reato, così come nessuna strategia di sicurezza può garantire che una manifestazione non degeneri. Ma esiste una differenza sostanziale tra riconoscere l’imprevedibilità di singoli episodi e dover prendere atto che gli strumenti preventivi, repressivi ed educativi non sono sufficienti a fronteggiare fenomeni che si ripresentano.
È su questa differenza che si misura la distanza tra la propaganda della fermezza e l’effettiva capacità di governare.
Il paradosso dei minorenni: la repressione non basta a spiegare il problema
Il dato anagrafico dei ragazzi fermati è forse l’elemento più inquietante dell’intera vicenda. Se circa l’80 per cento degli oltre 200 giovani coinvolti è minorenne, la questione non può essere affrontata soltanto attraverso il consueto repertorio delle misure di ordine pubblico.
Naturalmente, l’età non attenua la gravità degli eventuali reati. Un minorenne che aggredisce un agente, distrugge un negozio o partecipa a un saccheggio deve rispondere delle proprie responsabilità secondo le norme applicabili. La giovane età non può trasformarsi in una zona franca, né può diventare un argomento per minimizzare le conseguenze delle violenze.
Ma proprio la presenza così consistente di adolescenti impone una riflessione che vada oltre l’immediata risposta repressiva.
Chi sono questi ragazzi? Quali dinamiche li hanno condotti in strada? Si tratta di gruppi organizzati, di aggregazioni occasionali, di soggetti attratti dalla prospettiva dello scontro o di una combinazione di fenomeni diversi? Quali responsabilità ricadono sugli adulti, sulle famiglie, sui contesti sociali e sulle reti attraverso le quali si alimentano comportamenti violenti? E soprattutto, quali strumenti di prevenzione sono stati messi in campo prima che la situazione precipitasse?
Sono domande che non assolvono nessuno. Al contrario, servono a individuare responsabilità più precise e a costruire risposte che non si esauriscano nell’intervento delle forze dell’ordine quando la devastazione è già cominciata.
Uno Stato autorevole deve saper reprimere la violenza. Uno Stato efficace deve anche saperla prevenire.
Se la politica si limita ad annunciare pene più severe dopo ogni episodio, senza interrogarsi sulle condizioni che rendono possibile la reiterazione di simili comportamenti, rischia di confondere la severità delle parole con la qualità dei risultati. E un governo che rivendica la sicurezza come propria bandiera non può accontentarsi di dimostrare di saper reagire: deve dimostrare di saper evitare, per quanto possibile, che la situazione precipiti.
Le opposizioni hanno ragione su un punto: non si può criminalizzare il dissenso
Nel confronto politico seguito agli scontri, le opposizioni hanno richiamato la maggioranza alla necessità di non strumentalizzare quanto accaduto e di non sovrapporre le responsabilità dei violenti al diritto di manifestare pacificamente.
È un richiamo fondato, che merita di essere preso sul serio anche da chi condanna senza esitazioni le devastazioni di Milano.
Una democrazia non può tollerare che la violenza diventi uno strumento di intimidazione, ma non può nemmeno permettere che la presenza di gruppi violenti venga utilizzata per delegittimare indiscriminatamente chi scende in piazza senza commettere reati. Manifestare è un diritto costituzionalmente garantito. Aggredire, saccheggiare e distruggere sono condotte di tutt’altra natura.
Confondere le due cose sarebbe un errore politico e istituzionale. E sarebbe un errore tanto più grave se servisse a trasformare ogni protesta in un problema di sicurezza, sottraendo al confronto pubblico le ragioni, le rivendicazioni e le eventuali responsabilità di chi governa.
Il diritto di manifestare pacificamente non è incompatibile con la fermezza nei confronti di chi delinque. Le due esigenze non si escludono, ma si rafforzano a vicenda: isolare i responsabili delle violenze significa anche impedire che il comportamento di pochi venga utilizzato per screditare un’intera mobilitazione.
Allo stesso tempo, sarebbe sbagliato invocare il carattere politico di una manifestazione per attenuare la responsabilità individuale di chi partecipa agli scontri. La libertà di espressione non autorizza la distruzione dei beni altrui, così come la tutela dell’ordine pubblico non autorizza a comprimere indiscriminatamente le libertà civili.
La linea di confine è netta. Ed è proprio su quella linea che si misura la maturità di una democrazia.
L’ennesimo vertice e il rischio di una politica degli annunci
Dopo ogni episodio di violenza urbana si ripete una sequenza ormai familiare. Arrivano le condanne, si annunciano riunioni, vengono prospettati nuovi interventi normativi e si promette una risposta più dura. La politica comunica di aver individuato il problema e di essere pronta ad affrontarlo.
Poi, però, resta da verificare quanto quelle dichiarazioni si traducano in risultati concreti.
Il rischio è che la sicurezza diventi una politica fatta soprattutto di provvedimenti emergenziali, modifiche legislative, inasprimenti annunciati e correttivi successivi. Una politica che interviene spesso sul piano delle norme, ma che non sempre dimostra di aver risolto le criticità operative e preventive che rendono necessaria una risposta efficace sul territorio.
Il governo, in questi anni, ha rivendicato una linea di maggiore fermezza e ha puntato molto sull’intervento legislativo. Ma la produzione di nuove disposizioni non coincide automaticamente con un miglioramento della sicurezza. Una norma può essere severa sulla carta e risultare insufficiente se mancano prevenzione, capacità investigativa, coordinamento tra le istituzioni, risorse adeguate e un sistema in grado di applicarla tempestivamente.
Il problema, dunque, non è stabilire in astratto se servano più strumenti. È capire quali strumenti siano mancati, perché quelli disponibili non abbiano impedito quanto accaduto e quali interventi possano produrre risultati verificabili.
Annunciare nuove misure può essere necessario. Presentarle come la soluzione, prima ancora di aver chiarito le cause del fallimento precedente, è molto meno convincente.
La politica degli emendamenti e dei correttivi rischia di trasformarsi in un inseguimento continuo dell’emergenza: si interviene dopo il fatto, si promette di colmare la lacuna emersa, si prepara una nuova stretta e si attende il prossimo episodio per misurare l’efficacia dell’ennesima risposta.
È un metodo che può alimentare il consenso nell’immediato, ma non necessariamente costruisce sicurezza nel lungo periodo. Perché governare non significa soltanto modificare le regole quando qualcosa va storto. Significa anche organizzare le istituzioni in modo che quelle regole funzionino e che i problemi siano affrontati prima di arrivare al punto di rottura.
La sicurezza non si misura dal numero delle leggi, ma dai risultati
Esiste una differenza fondamentale tra l’esibizione della fermezza e l’effettiva capacità di garantire l’ordine pubblico. La prima si misura attraverso dichiarazioni, conferenze stampa e annunci. La seconda attraverso la prevenzione degli incidenti, la protezione dei cittadini, la tempestività degli interventi e l’individuazione dei responsabili.
Il caso di Milano impone di concentrarsi su questa seconda dimensione.
È necessario chiarire come siano stati gestiti i servizi di ordine pubblico, quali misure preventive fossero state predisposte dopo gli scontri di sabato, come siano state valutate le possibilità di una nuova escalation e quali interventi possano evitare che le stesse dinamiche si ripetano. Sono questioni tecniche, ma anche profondamente politiche, perché riguardano il rapporto tra gli obiettivi dichiarati dal governo e i risultati ottenuti.
Non basta chiedere alle forze dell’ordine di intervenire con maggiore determinazione. Occorre metterle nelle condizioni di lavorare efficacemente, garantendo pianificazione, coordinamento e strumenti adeguati. E non basta neppure moltiplicare i controlli se non si affrontano le cause specifiche che favoriscono la formazione di gruppi violenti e la loro capacità di agire in contesti urbani affollati.
Anche l’eventuale rafforzamento di Strade Sicure, evocato da Tajani, merita di essere valutato sulla base degli obiettivi concreti e delle esigenze operative. La presenza di militari può contribuire a determinate attività di presidio, ma non sostituisce le funzioni investigative, preventive e di gestione dell’ordine pubblico che competono alle autorità e alle forze di polizia secondo le rispettive responsabilità.
La questione non si risolve, quindi, contrapponendo genericamente più sicurezza a meno sicurezza. Bisogna discutere di quale sicurezza serva, con quali mezzi, a quale costo e con quali risultati misurabili.
È un confronto più impegnativo degli slogan, ma è l’unico che possa restituire credibilità alle istituzioni.
Milano non può pagare il prezzo dell’impotenza
Dietro le immagini degli scontri ci sono conseguenze concrete. Ci sono commercianti che devono fare i conti con vetrine distrutte e attività danneggiate, lavoratori che rischiano di perdere una giornata di incassi, residenti che vedono compromessa la tranquillità dei propri quartieri e cittadini che si interrogano sulla possibilità di attraversare in sicurezza il centro della propria città.
Ci sono inoltre gli agenti impegnati a contenere gli scontri, esposti al rischio di aggressioni e ferimenti, e gli operatori chiamati a ripristinare condizioni di normalità in uno spazio urbano che dovrebbe appartenere alla vita collettiva, non alla forza di chi riesce a imporsi con la violenza.
Queste persone non possono essere trattate come comparse di una contesa politica. La loro sicurezza, i loro diritti e i loro interessi devono essere al centro dell’azione pubblica.
Proprio per questo occorre evitare che il dibattito si trasformi in una gara tra chi promette la repressione più severa e chi teme che ogni intervento possa essere interpretato come una limitazione del dissenso. La tutela delle libertà e la difesa dell’ordine pubblico sono entrambe responsabilità delle istituzioni. Nessuna delle due può essere sacrificata per convenienza politica.
I commercianti hanno diritto a non vedere distrutti i propri negozi. I cittadini hanno diritto a vivere gli spazi pubblici senza intimidazioni. Gli agenti hanno diritto a svolgere il proprio lavoro senza essere bersagliati da pietre e bombe carta. E chi manifesta pacificamente ha diritto a non essere assimilato a chi devasta.
È questa la distinzione che un governo responsabile dovrebbe difendere con la stessa fermezza con cui condanna la violenza.
La prova politica per Meloni
Per Giorgia Meloni, la vicenda di Milano rappresenta una prova che va oltre la gestione di una singola giornata di disordini.
La premier è chiamata a dimostrare che la sicurezza, uno dei pilastri della propria proposta politica, non sia soltanto un tema sul quale mobilitare il consenso, ma una responsabilità da esercitare attraverso risultati concreti. E il fatto che tra i fermati vi siano così tanti minorenni rende la sfida ancora più complessa.
Non perché l’età dei responsabili debba diventare un’attenuante generale, ma perché un fenomeno che coinvolge in misura così ampia giovanissimi non può essere affrontato esclusivamente con l’inasprimento delle sanzioni. Servono indagini, prevenzione, interventi mirati, responsabilità individuali accertate e una strategia capace di distinguere i diversi livelli del problema.
Il governo deve spiegare che cosa intenda fare, ma anche perché le politiche già adottate non siano state sufficienti a impedire una nuova escalation. Deve chiarire quali risultati si aspetti dalle ulteriori misure annunciate e come intenda verificarne l’efficacia. Soprattutto, deve evitare che il vertice di lunedì diventi soltanto l’ennesimo appuntamento istituzionale seguito da promesse difficili da misurare.
Le opposizioni, dal canto loro, hanno il dovere di mantenere una posizione altrettanto chiara: condannare le violenze senza ambiguità, difendere il diritto di manifestare pacificamente e chiedere conto al governo dei risultati ottenuti. La critica politica è tanto più credibile quanto meno cerca giustificazioni per i comportamenti illegali.
Non è necessario scegliere tra il garantismo e la sicurezza, né tra la difesa delle libertà e la tutela dei cittadini. Una democrazia solida deve saper garantire entrambe.
La promessa della fermezza non basta più
Il punto, alla fine, è semplice. Un governo che ha fatto della sicurezza uno dei propri principali argomenti di forza non può limitarsi a promettere una risposta più dura ogni volta che l’ordine pubblico viene messo in discussione. Deve dimostrare che le sue scelte funzionano, che le risorse vengono impiegate in modo efficace e che le istituzioni sono in grado di prevenire e contrastare la violenza senza comprimere i diritti di chi non ha commesso alcun reato.
A Milano, le devastazioni e gli scontri impongono una risposta seria, non una scorciatoia comunicativa. La presenza di centinaia di giovani, in larga maggioranza minorenni, rende evidente che il problema non può essere esaurito nella contabilità degli arresti o nella promessa di nuove norme.
C’è una questione di ordine pubblico, ma c’è anche una questione di efficacia dello Stato, di prevenzione e di credibilità politica. Sono piani distinti, che devono essere affrontati insieme.
La sicurezza non è una bandiera da sventolare soltanto quando conviene. È un impegno da verificare quando le cose non funzionano. E se le risposte offerte finora non hanno impedito che il centro di Milano diventasse teatro di una nuova guerriglia urbana, è legittimo chiedere alla maggioranza di rendere conto delle proprie scelte, invece di rifugiarsi immediatamente nell’annuncio di altri strumenti.
Perché, dopo anni di promesse, non è più sufficiente dire che si farà di più. Bisogna spiegare che cosa non abbia funzionato, che cosa cambierà davvero e come si eviterà di ripetere gli stessi errori.
Altrimenti, la fermezza rischia di restare una parola buona per i comizi, mentre la sicurezza continua a essere un problema che i cittadini devono affrontare nella vita quotidiana.
E per un governo che ha costruito una parte importante della propria identità sulla promessa di risolverlo, questa è una contraddizione politica che nessun nuovo vertice, da solo, può cancellare.
