9 Ottobre 2026, venerdì
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Ex Ilva, sciopero nazionale di 24 ore: il conto alla rovescia verso lo stop degli impianti accende lo scontro con il governo

Dopo il vertice a Palazzo Chigi, Fim, Fiom e Uilm proclamano la mobilitazione in tutti gli stabilimenti a partire da lunedì 12 ottobre.

 I sindacati denunciano l’assenza di soluzioni concrete e temono che da metà novembre migliaia di lavoratori finiscano in cassa integrazione. A Taranto, intanto, si avvicina la scadenza per lo spegnimento dell’area a caldo, mentre il futuro produttivo del gruppo resta appeso alle decisioni giudiziarie e alle scelte dell’esecutivo.

La vertenza ex Ilva entra in una fase sempre più critica. Lo sciopero nazionale di 24 ore proclamato da Fim, Fiom e Uilm per lunedì 12 ottobre, con astensione dal lavoro per ogni turno in tutti gli stabilimenti del gruppo, segna un nuovo punto di rottura nel confronto tra sindacati e governo. Al centro della protesta non c’è soltanto il rischio immediato di un ricorso generalizzato agli ammortizzatori sociali, ma la prospettiva di un progressivo arresto delle attività industriali, con conseguenze pesanti sull’occupazione, sull’indotto e sul futuro della siderurgia italiana.

La decisione è arrivata al termine dell’incontro a Palazzo Chigi, giudicato insufficiente dalle organizzazioni sindacali. Le risposte ottenute non avrebbero sciolto i nodi fondamentali della vertenza, a partire dalla continuità produttiva degli impianti e dalle garanzie occupazionali per migliaia di lavoratrici e lavoratori. La preoccupazione è che il ricorso alla cassa integrazione, da strumento temporaneo per affrontare una fase di difficoltà, finisca per diventare il preludio a una crisi industriale più profonda e duratura.

A rendere ancora più urgente il confronto è l’annuncio della sospensione delle attività produttive dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, comunicato l’8 ottobre. Una decisione che ha aggravato le tensioni attorno al principale polo siderurgico del gruppo e che rischia di produrre effetti a catena sull’intero sistema produttivo, compresi gli impianti collegati e le imprese dell’indotto.

Il nodo occupazionale: «A metà novembre rischiano tutti la cassa integrazione»

Il giudizio dei sindacati sull’esito del confronto con il governo è netto. Per Michele De Palma, segretario generale della Fiom, l’incontro non ha prodotto le soluzioni richieste dalle organizzazioni dei lavoratori. Il punto più allarmante riguarda la prospettiva di una sospensione del lavoro su vasta scala già nelle prossime settimane.

«L’unica certezza è che a metà di novembre rischiano di andare in cassa integrazione tutte le lavoratrici e lavoratori», ha dichiarato De Palma, spiegando le ragioni della proclamazione unitaria dello sciopero.

La mobilitazione, nelle intenzioni dei sindacati, serve a riportare al centro della trattativa una questione che non può essere affrontata esclusivamente attraverso gli strumenti di sostegno al reddito. La cassa integrazione può attenuare temporaneamente gli effetti della riduzione dell’attività produttiva, ma non rappresenta una risposta alla necessità di garantire la continuità industriale e prospettive occupazionali credibili.

È proprio questa la distanza che separa le richieste delle organizzazioni sindacali dalle risposte finora prospettate. I lavoratori chiedono garanzie sul futuro degli stabilimenti, un quadro chiaro sulle prospettive produttive e impegni verificabili per impedire che l’incertezza si trasformi in una sospensione prolungata del lavoro.

La proclamazione di 24 ore di sciopero in tutti i siti del gruppo assume quindi un significato che va oltre la protesta contro il singolo provvedimento. È un segnale rivolto all’esecutivo affinché il confronto produca decisioni concrete prima che le scadenze industriali e giudiziarie rendano più difficile qualsiasi soluzione.

Uilm: «La cassa integrazione non può essere l’obiettivo»

Sulla stessa linea si è espresso Davide Sperti, segretario della Uilm, che ha evidenziato la contraddizione tra le misure prospettate per proteggere i lavoratori e il rischio di una sostanziale chiusura degli impianti.

«L’unica certezza a oggi è la cassa integrazione ma non può essere l’obiettivo», ha affermato, richiamando anche i provvedimenti predisposti per evitare i licenziamenti nell’indotto e per garantire ai dipendenti diretti un’integrazione al 70% durante il periodo di cassa integrazione.

Si tratta di interventi che possono contribuire a contenere le ricadute economiche della crisi, ma che, secondo il sindacato, non affrontano il problema decisivo: la sopravvivenza dell’attività industriale. La prospettiva di una fermata che, dal 15 novembre, potrebbe coinvolgere non soltanto l’area a caldo ma anche quella a freddo viene considerata insostenibile.

Il timore è che l’assenza di un percorso industriale definito renda strutturale una condizione che dovrebbe essere temporanea. Senza una prospettiva di ripartenza, infatti, gli ammortizzatori sociali rischiano di limitarsi ad accompagnare il ridimensionamento produttivo, senza offrire ai lavoratori la certezza di un ritorno all’attività.

La distinzione è sostanziale. Difendere l’occupazione non significa soltanto evitare nell’immediato i licenziamenti, ma preservare le condizioni necessarie perché gli stabilimenti possano continuare a produrre e mantenere competenze, professionalità e capacità industriale. È su questo terreno che si misura la tenuta del confronto tra governo e sindacati.

Taranto, il conto alla rovescia per lo spegnimento dell’area a caldo

Il fronte più delicato della crisi resta quello di Taranto, dove il destino degli impianti dell’area a caldo è legato anche all’evoluzione della vicenda giudiziaria.

Secondo il calendario prospettato, gli impianti saranno mantenuti in modalità di riscaldo, la cosiddetta hot stand-by, in attesa della decisione della Corte di Cassazione. Si tratta di una condizione che consente di mantenere gli impianti in uno stato di attesa, senza equivalere alla normale prosecuzione dell’attività produttiva.

Il margine temporale, tuttavia, è ristretto. In assenza di un provvedimento favorevole della Cassazione, il 24 ottobre è prevista la sospensione anche del mantenimento in riscaldo, con lo spegnimento definitivo dell’area a caldo entro il 25 ottobre.

L’elemento più preoccupante è che, secondo quanto prospettato, l’arresto avverrebbe senza possibilità di un successivo riavvio. Non si tratterebbe, dunque, di una semplice interruzione temporanea da superare una volta risolte le criticità contingenti, ma di una decisione dalle potenziali conseguenze irreversibili sulla continuità degli impianti.

È questa scadenza a rendere particolarmente delicata la fase attuale della vertenza. Da una parte c’è l’attesa per la pronuncia giudiziaria, dall’altra la necessità di definire un percorso industriale che impedisca alla crisi di tradursi in una progressiva perdita di capacità produttiva. Il tempo a disposizione per individuare una soluzione appare limitato e ogni ulteriore rinvio rischia di aumentare l’incertezza per i dipendenti e per l’intero sistema economico collegato allo stabilimento.

L’indotto e il rischio di una crisi che supera i cancelli della fabbrica

La crisi ex Ilva non riguarda soltanto chi lavora direttamente negli stabilimenti. Attorno al gruppo siderurgico ruota una rete di imprese fornitrici, appaltatrici e servizi industriali che dipendono, in misura diversa, dalla continuità delle attività produttive.

Un eventuale arresto prolungato avrebbe quindi ricadute potenzialmente più ampie rispetto alla sola riduzione delle presenze negli impianti. La contrazione delle commesse potrebbe mettere sotto pressione le aziende dell’indotto, con conseguenze sulla liquidità, sull’occupazione e sulla capacità di mantenere le professionalità necessarie a un’eventuale ripartenza.

Le misure annunciate per scongiurare i licenziamenti nell’indotto rappresentano un tentativo di contenere questa parte della crisi, ma non eliminano il problema di fondo. Se l’attività industriale si interrompe senza un orizzonte temporale certo, anche gli strumenti di protezione sociale rischiano di non essere sufficienti a impedire un deterioramento progressivo del tessuto produttivo.

Per Taranto, in particolare, la vicenda assume una dimensione economica e sociale che va ben oltre i confini dello stabilimento. Il destino dell’ex Ilva coinvolge lavoratori diretti e indiretti, famiglie, imprese e una comunità che da anni attende una prospettiva capace di tenere insieme occupazione, continuità industriale e gestione delle criticità ambientali.

Il governo davanti alla necessità di una risposta industriale

Lo sciopero del 12 ottobre riporta così al centro una domanda che la vertenza ex Ilva trascina da tempo: quale futuro produttivo viene garantito agli stabilimenti e ai loro lavoratori?

La questione non può essere ridotta alla gestione delle conseguenze immediate della crisi. Gli ammortizzatori sociali possono rappresentare una tutela necessaria, ma non sostituiscono un piano industriale credibile, né risolvono l’incertezza sulla sorte degli impianti. Allo stesso modo, il mantenimento temporaneo dell’area a caldo in modalità di riscaldo non costituisce una garanzia sufficiente se non è accompagnato da condizioni che consentano di superare lo stallo.

Il confronto con i sindacati dovrà quindi misurarsi con tre questioni decisive: la continuità produttiva, la salvaguardia dell’occupazione e la definizione di prospettive industriali verificabili. A queste si aggiunge la necessità di chiarire le conseguenze delle scadenze giudiziarie sul funzionamento degli impianti e sulle possibilità di ripartenza.

La proclamazione dello sciopero unitario indica che, dal punto di vista delle organizzazioni dei lavoratori, le risposte finora ricevute non sono sufficienti a garantire questi obiettivi. La mobilitazione vuole dunque esercitare una pressione sul governo affinché la trattativa non si limiti a contenere gli effetti sociali della crisi, ma affronti le condizioni che rischiano di renderla permanente.

Una scadenza che pesa sul futuro della siderurgia italiana

Le prossime settimane saranno decisive. Il 12 ottobre i lavoratori saranno chiamati a incrociare le braccia in tutti gli stabilimenti, mentre il 24 e il 25 ottobre rappresentano le date indicate per la possibile cessazione del mantenimento in riscaldo e lo spegnimento dell’area a caldo di Taranto, qualora non intervenga un provvedimento favorevole della Cassazione. A metà novembre, infine, si profila il rischio di un ricorso generalizzato alla cassa integrazione.

Tre passaggi ravvicinati che restituiscono la misura dell’urgenza. Il problema non è soltanto evitare che migliaia di persone perdano temporaneamente il proprio reddito, ma impedire che una crisi prolungata comprometta la possibilità stessa di conservare una produzione siderurgica di rilievo nazionale.

La vertenza ex Ilva si trova così davanti a un passaggio cruciale, nel quale le decisioni istituzionali, gli sviluppi giudiziari e le scelte industriali sono strettamente intrecciati. Per i sindacati, la cassa integrazione non può diventare l’unico approdo di una trattativa che non riesce a individuare una via d’uscita. Per i lavoratori, il punto è ancora più concreto: sapere se, dopo la sospensione delle attività e le settimane di incertezza, esisteranno ancora impianti in grado di ripartire e un futuro occupazionale a cui aggrapparsi.

Lo sciopero nazionale nasce da questa prospettiva e dalla convinzione che il tempo per una soluzione si stia esaurendo. La sfida, adesso, è trasformare il confronto politico e sindacale in decisioni capaci di evitare che lo spegnimento degli impianti diventi il simbolo di una crisi senza ritorno.

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