Dietro l’immagine bucolica di pascoli alpini e latte “di montagna” si nascondeva una realtà ben diversa: ingredienti provenienti da fuori regione – e persino dall’estero – commercializzati però come espressione autentica del territorio friulano. È quanto emerso da un’operazione condotta dai Carabinieri del Centro Anticrimine Natura di Udine, con il supporto del Comando Provinciale, nei confronti di un’azienda lattiero-casearia dell’Alto Friuli.
Nel mirino degli investigatori sono finiti sia lo stabilimento produttivo sia lo spaccio aziendale, oltre alla comunicazione online. Le verifiche hanno rivelato una strategia commerciale costruita su richiami suggestivi al territorio montano, in grado di orientare – e fuorviare – il consumatore.
Tra le irregolarità accertate, la vendita di burro presentato come prodotto “di montagna” e associato all’utilizzo di latte locale, quando in realtà la materia prima proveniva interamente da fuori regione, con latte di origine padana derivante da allevamenti intensivi. Ancora più marcato il caso di un formaggio descritto come tipico dell’area montana, ma realizzato con latte 100% estero, proveniente dai Paesi Bassi e commercializzato attraverso un intermediario francese.
Un quadro reso ancor più ingannevole dal contesto di vendita: uno spaccio situato in area montana e un sito web aziendale ricco di immagini e riferimenti ai “prati verdi” e alle “montagne locali”, elementi capaci di rafforzare nel consumatore l’idea di una filiera corta e genuinamente friulana.
Per questi motivi, ai rappresentanti dell’impresa – residenti in provincia di Udine – è stata contestata la violazione dell’articolo 7 del Regolamento UE 1169/2011, norma cardine in materia di correttezza delle informazioni alimentari. La disposizione vieta qualsiasi pratica che possa indurre in errore il consumatore sulle caratteristiche degli alimenti, dalla loro origine alla composizione.
La sanzione amministrativa complessiva ammonta a circa 67.000 euro, calcolata anche in relazione al fatturato aziendale, pari a circa 5 milioni di euro. Un importo significativo, reso possibile anche dall’entrata in vigore della legge 75/2026, che ha innalzato le soglie sanzionatorie: per le violazioni più gravi, infatti, si può arrivare fino al 3% del fatturato annuo, con un tetto massimo di 100.000 euro.
L’operazione si inserisce nel più ampio sistema di controlli svolti dal Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari dei Carabinieri, impegnato quotidianamente nella tutela della trasparenza del mercato, della filiera agroalimentare e dei marchi che certificano l’autenticità dei prodotti tipici. Un presidio essenziale, in un settore dove la fiducia del consumatore rappresenta il vero valore aggiunto.
