C’è un linguaggio che non passa dalle parole. È quello dei gesti ripetuti, dei segnali silenziosi che il corpo sceglie quando la voce non basta o non riesce a farsi strada. In una struttura protetta di Vasto, in Abruzzo, uno dei tre bambini appartenenti alla cosiddetta “famiglia nel bosco” manifesta da tempo comportamenti autolesionisti: si morde le mani fino a procurarsi piccole ferite. Episodi apparentemente lievi nella loro manifestazione fisica, ma potenzialmente profondi nel loro significato.
Secondo quanto riportato da Il Messaggero, non si tratterebbe di un gesto occasionale, bensì di una condotta reiterata che ha attirato l’attenzione degli specialisti incaricati di seguire i minori. Per alcuni esperti, questi comportamenti rappresenterebbero una modalità di espressione di un disagio interiore intenso e difficilmente verbalizzabile, una forma di comunicazione primitiva e urgente.
Già nei mesi scorsi, segnali di sofferenza erano stati evidenziati dallo psichiatra Tonino Cantelmi e dalla psicologa Martina Aiello, consulenti della coppia anglo-australiana Trevallion-Birmingham. Nella loro relazione, depositata agli atti del tribunale e corredata da materiale fotografico e video, i professionisti parlavano di “indicatori compatibili con una condizione di sofferenza psicologica significativa”. Un quadro che, alla luce degli ultimi episodi, sembra trovare ulteriori conferme, pur restando complesso e aperto a molteplici interpretazioni.
Alla base di queste manifestazioni potrebbe esserci, secondo alcune letture cliniche, il trauma della separazione dal contesto familiare originario. Un evento che, inevitabilmente, ha inciso sull’equilibrio emotivo dei minori, amplificato da mesi di tensioni legali, conflitti tra la famiglia e la struttura di accoglienza e un’esposizione indiretta a dinamiche adulte difficili da elaborare per dei bambini.
Il caso, tuttavia, si muove su un terreno estremamente delicato, dove ogni interpretazione deve confrontarsi con il rischio di semplificazioni. Le ipotesi sul disagio dei minori possono essere molteplici, ma restano, allo stato attuale, congetture prive di una verità definitiva. Alcuni osservatori suggeriscono che il trauma possa anche derivare dal brusco passaggio da uno stile di vita isolato — quasi assimilabile a quello di una comunità tribale — a un contesto strutturato e regolato come quello della società contemporanea.
In questo scenario complesso, attribuire responsabilità univoche — in particolare alle decisioni del tribunale — rischia di trasformarsi in una lettura riduttiva, se non in una forma di propaganda. La priorità, al di là delle ricostruzioni e delle contrapposizioni, resta una sola: costruire, con il contributo di tutti gli attori coinvolti, un percorso che restituisca serenità, stabilità e sicurezza ai bambini, veri protagonisti silenziosi di questa vicenda.
