2 Ottobre 2026, venerdì
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Cuffiette da 14 euro e una vita spezzata: perizia psichiatrica conferma la piena imputabilità di Daniele Rezza

Rozzano, il delitto Mastrapasqua e il verdetto degli esperti: nessuna infermità mentale per il 21enne condannato in primo grado a 27 anni

Una violenza brutale, consumata per un bottino irrisorio, torna al centro dell’attenzione giudiziaria con un elemento destinato a pesare nel processo d’appello: Daniele Rezza, il 21enne che nell’ottobre 2024 ha ucciso Manuel Mastrapasqua a Rozzano per sottrargli un paio di cuffiette da 14 euro, era pienamente capace di intendere e di volere al momento dei fatti.

È quanto stabilisce la perizia psichiatrica disposta dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano, che ha affidato alla specialista Mara Bertini il compito di chiarire il profilo clinico dell’imputato. Le conclusioni, depositate in vista dell’udienza del 20 luglio, escludono qualsiasi forma di infermità mentale: nessuna patologia psichiatrica maggiore, nessuna condizione tale da compromettere la responsabilità penale.

Un profilo antisociale, ma non patologico

L’indagine peritale traccia un quadro articolato ma netto. Rezza presenta “alterazioni della regolazione delle emozioni” e una marcata “aggressività reattiva”, elementi che tuttavia non integrano un vizio di mente. Il suo profilo viene inquadrato nell’ambito di un disturbo di personalità con tratti antisociali prevalenti: una configurazione che, pur indicando criticità comportamentali e relazionali, resta pienamente compatibile con la capacità di comprendere e autodeterminarsi.

La relazione esclude inoltre fattori organici o neurologici rilevanti, come fenomeni epilettici o alterazioni farmacologiche, che possano aver inciso sulla condotta omicidiaria. In sostanza, nessun elemento clinico che possa attenuare la responsabilità dell’imputato.

Lo scontro tra accusa e difesa

La perizia era stata disposta accogliendo la richiesta della difesa, che sosteneva la presenza di una significativa disregolazione emotiva tale da determinare reazioni sproporzionate e una sostanziale incapacità di controllare gli impulsi.

Una tesi contestata con decisione dalla sostituta procuratrice generale Olimpia Bossi, secondo cui la difficoltà nella gestione della rabbia “è propria di un carattere aggressivo e immaturo”, ma non può essere assimilata a una patologia psichiatrica.

Sulla stessa linea la parte civile, rappresentata dall’avvocata Roberta Minotti, che aveva già evidenziato come il funzionamento cognitivo di Rezza fosse pienamente nella norma. A supporto, una frase pronunciata dallo stesso imputato: “Ho preso 27 anni per una coltellata”, indicativa di una consapevolezza lucida delle proprie azioni e delle loro conseguenze.

Il processo e la tensione in aula

La decisione di disporre l’accertamento psichiatrico era maturata lo scorso marzo, quando i giudici d’appello avevano ritenuto necessario fugare ogni dubbio sulla possibile incidenza di un disturbo mentale nella dinamica del delitto.

Nel corso di quella stessa udienza, Rezza aveva tentato di rivolgere parole di scuse alla famiglia della vittima. Un gesto respinto con dolore e rabbia: “Stai zitto”, gli aveva gridato la madre di Manuel Mastrapasqua dai banchi dell’aula, sintetizzando la distanza insanabile tra il gesto e qualsiasi tentativo di redenzione verbale.

La notte dell’omicidio

Il delitto si consumò nella notte tra il 10 e l’11 ottobre 2024. Manuel Mastrapasqua, 31 anni, stava rientrando a casa dopo il turno di lavoro in un supermercato di via Farini, a Milano. Sceso dal tram a Rozzano, venne avvicinato e aggredito mentre era al telefono con la fidanzata.

Una sola coltellata, inferta vicino al cuore, si rivelò fatale.

Dopo l’arresto, avvenuto il 13 ottobre, Rezza ricostruì con freddezza le proprie intenzioni: “Quando l’ho visto volevo prendergli tutto: soldi, cellulare, qualsiasi cosa potessi rivendere”. Un movente che restituisce tutta la sproporzione tra l’oggetto del furto e la violenza esercitata.

Le cuffiette sottratte alla vittima furono gettate dal padre del giovane, che lo accompagnò poi alla stazione di Pieve Emanuele. Da lì iniziò una fuga breve e disordinata: treno per Pavia, autobus verso Alessandria, dove venne infine fermato.

Un passaggio chiave per l’appello

La perizia rappresenta ora un passaggio cruciale nel giudizio di secondo grado. Escludendo qualsiasi vizio di mente, rafforza l’impianto accusatorio e rende più difficile per la difesa ottenere una riduzione della pena basata su presunte condizioni psichiche.

Resta, sullo sfondo, una vicenda che continua a interrogare l’opinione pubblica: una vita spezzata per un oggetto di valore minimo, in un contesto di violenza improvvisa e priva di qualsiasi proporzione. Un caso che, al di là dell’esito giudiziario, impone una riflessione più ampia sulla natura dell’aggressività e sulle fragilità sociali che possono trasformarsi in tragedia.

Se vuoi, posso adattarlo a uno stile più giornalistico da quotidiano, oppure più narrativo da magazine.

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