Le parole di Donald Trump contro Giorgia Meloni accendono lo scontro politico interno e riaprono il dibattito sulla collocazione internazionale dell’Italia. Dopo l’uscita dell’ex presidente americano – che ha sostenuto che la premier italiana avrebbe “implorato” una foto con lui – dal Partito democratico arriva una condanna netta, accompagnata però da una critica altrettanto dura alla linea seguita finora dal governo.
«Non abbiamo mai fatto mancare la nostra solidarietà alla presidente del Consiglio quando è stata oggetto di attacchi inaccettabili», chiarisce Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Pd. «Lo stesso atteggiamento – sottolinea – lo abbiamo tenuto anche verso altri leader europei colpiti in passato da analoghi comportamenti». Ma per l’esponente dem il punto politico resta irrisolto: «Abbiamo chiesto a Meloni di marcare una chiara distanza da Trump, soprattutto di fronte alle sue violazioni del diritto internazionale e agli attacchi all’Europa. Non averlo fatto per tempo, inseguendo invece il trumpismo, rappresenta un grave fallimento».
Un fallimento che, secondo Provenzano, si riflette anche nel tono del dibattito pubblico: «La politica estera italiana deve uscire dai botta e risposta sui social e recuperare la serietà imposta dal contesto internazionale».
Sulla stessa linea Sandro Ruotolo, che definisce le parole di Trump «non una battuta infelice, ma l’espressione di una visione volgare e gerarchica delle relazioni internazionali». Un linguaggio che, aggiunge, «si fonda sull’umiliazione dell’interlocutore e su una concezione personale del potere, incompatibile con la cultura democratica europea».
Per Ruotolo, tuttavia, fermarsi all’indignazione sarebbe un errore. «Questo episodio mette in luce una fragilità politica del governo italiano», osserva. «Per anni Meloni ha costruito la narrazione di un rapporto privilegiato con Trump. Oggi emerge quanto quel legame sia debole quando prevalgono logiche di forza e interessi personali». Il nodo, insiste, non è il galateo istituzionale, ma «la tutela degli interessi nazionali», mentre l’Italia continua a fare i conti con tensioni commerciali, dazi e instabilità geopolitica.
Ancora più esplicita Debora Serracchiani, che parla di «aggressione» e di «grave precedente». «I rapporti transatlantici sono cambiati radicalmente», afferma, sottolineando come Trump tratti allo stesso modo i leader europei, «da Macron a Sánchez», imponendo una logica di subordinazione. «È il limite dei sovranisti: quando gli interessi divergono, decide il più forte».
L’ex presidente del Friuli Venezia Giulia punta il dito anche su alcune scelte del governo: «Meloni avrebbe dovuto essere più cauta nell’accettare i dazi, nell’acquisto del gas americano e nella rinuncia a una tassazione delle big tech». La risposta, secondo Serracchiani, può arrivare solo da un’Europa più compatta: «Abbiamo strumenti economici e finanziari per trattare, ma serve unità, altrimenti saremo tutti più esposti e vulnerabili».
Di segno opposto la reazione del governo. Il viceministro agli Esteri Edmondo Cirielli esprime «solidarietà a Giorgia Meloni e all’Italia», definendo le parole di Trump «un attacco personale gratuito». «Colpisce – osserva – che arrivi dal leader del Paese più amico dell’Italia, con cui condividiamo ottant’anni di storia e alleanza».
Cirielli difende la premier: «Meloni non ha mai implorato nessuno e non si inchinerebbe a chicchessia». E rilancia: «Non è solo una questione di stile o di rispetto verso una donna, ma un’offesa all’intero Paese e alla storia comune tra Italia e Stati Uniti». Da qui la richiesta esplicita: «Trump dovrebbe chiedere scusa».
Nel mezzo, resta il nodo politico: la tenuta dei rapporti transatlantici in una fase di crescente instabilità globale e la necessità, sempre più evidente, di ridefinire il ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale.
