– Il fatto non costituisce reato. È una formula netta, perentoria, che segna un punto di svolta nella complessa stagione giudiziaria sull’urbanistica milanese. Il Tribunale di Milano, con la giudice Paola Braggion, ha assolto con formula piena tutti e otto gli imputati accusati di abuso edilizio e lottizzazione abusiva nel procedimento relativo alla realizzazione della Torre Milano, il grattacielo di oltre 80 metri in via Stresa.
Una decisione che arriva come la prima sentenza in uno dei numerosi filoni d’indagine aperti dalla Procura meneghina negli ultimi quattro anni sulla gestione del territorio e sulle modalità di sviluppo edilizio della città. In aula, alla lettura del dispositivo, è scattato anche un applauso da parte di alcuni imputati presenti, segno tangibile della tensione accumulata in un procedimento lungo e complesso.
La pubblica accusa, rappresentata dalla pm Marina Petruzzella, aveva chiesto condanne per tutti gli imputati, con pene fino a due anni e quattro mesi di arresto e 50mila euro di ammenda, oltre alla confisca dell’edificio. Richieste che il Tribunale ha integralmente respinto.
La motivazione: normativa incerta e assenza di dolo
In attesa del deposito delle motivazioni – previsto entro 90 giorni – il Tribunale ha diffuso una nota, firmata dal presidente Fabio Roia, che chiarisce già il cuore della decisione. Per tutti gli imputati “difetta l’elemento soggettivo del reato, sia doloso che colposo”, in un contesto in cui solo negli ultimi anni la giurisprudenza, sia penale che amministrativa, fino alle più recenti pronunce della Corte costituzionale, ha fornito interpretazioni non univoche del concetto di ristrutturazione edilizia.
Un punto decisivo, che incide direttamente sulla qualificazione dell’intervento edilizio contestato. Secondo i giudici, inoltre, la “prassi consolidata del Comune di Milano” consentiva operazioni come quella della Torre Milano attraverso lo strumento utilizzato: una Scia (Segnalazione certificata di inizio attività), effettivamente rilasciata alla società OPM srl.
Il nodo della “Scia” e lo scontro interpretativo
Al centro del procedimento vi era proprio questo aspetto tecnico: secondo la Procura, la costruzione del grattacielo sarebbe stata realizzata attraverso una “Scia con atto d’obbligo” – di fatto un’autocertificazione – in luogo di un piano attuativo con convenzione urbanistica, che avrebbe comportato una più ampia valutazione dei servizi e delle opere pubbliche connesse.
L’accusa sosteneva che si fosse di fronte a una nuova costruzione “mascherata” da ristrutturazione, un’ipotesi che ricorre anche in altri procedimenti analoghi ancora pendenti. Una lettura che il Tribunale, con questa sentenza, ha di fatto smontato.
Gli imputati e le richieste della Procura
Tra gli imputati figuravano nomi di rilievo nel sistema urbanistico milanese: Giovanni Oggioni, già direttore dello Sportello unico edilizia del Comune ed ex vicepresidente della Commissione paesaggio – per il quale erano stati chiesti due anni e quattro mesi – oltre agli imprenditori Stefano e Carlo Rusconi.
Stesse richieste anche per Franco Zinna, ex dirigente della Direzione Urbanistica, e per l’architetto Gianni Maria Beretta. Per altri tre ex funzionari dello Sportello unico edilizia – Francesco Mario Carrillo, Maria Chiara Femminis e Pietro Ghelfi – le richieste erano comprese tra un anno e due anni di arresto, con ammende fino a 30mila euro.
Tutti sono stati assolti.
Una sentenza destinata a pesare
Il verdetto segna un precedente significativo in un contesto giudiziario ancora aperto e articolato, in cui alcune indagini hanno ipotizzato anche reati più gravi, come la corruzione. Non a caso, Oggioni è coinvolto anche in un altro filone per il quale era stato arrestato nel marzo 2025.
Rilevante anche la posizione del Comune di Milano che, pur indicato come parte offesa dalla Procura, non si è costituito parte civile nel processo.
Le reazioni: “Spazzati via i teoremi accusatori”
Soddisfazione tra le difese. Il legale di Stefano Rusconi ha parlato di “un raggio di luce nella notte che ha avvolto la città per tre anni”, sottolineando come la sentenza riconosca “la piena innocenza di chi ha seguito le regole che Milano si era data”, arrivando a definire le accuse “teoremi immaginari”.
Parole che restituiscono il clima di un processo destinato a lasciare un segno non solo nelle aule giudiziarie, ma anche nel dibattito pubblico sulla trasformazione urbanistica della città.
Il futuro delle inchieste urbanistiche
La decisione del Tribunale potrebbe ora avere ripercussioni su altri procedimenti analoghi ancora in corso, nei quali il punto centrale resta lo stesso: la distinzione tra ristrutturazione e nuova costruzione, in un quadro normativo che i giudici stessi definiscono evolutivo e non sempre lineare.
La Torre Milano, da simbolo di uno sviluppo contestato, diventa così il primo banco di prova giudiziario superato. Ma il capitolo dell’urbanistica milanese, tra regole, interpretazioni e trasformazioni, è tutt’altro che chiuso.
