6 Ottobre 2026, martedì
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“Patentino antifascista” alla fiera del libro, Meloni attacca: “È censura”. Ma il nodo resta la Costituzione

Scontro politico su “Più libri più liberi”: la premier denuncia un bavaglio ideologico. Ma il principio antifascista è fondamento della Repubblica e riapre interrogativi sul rapporto tra libertà e legalità democratica

Più che una polemica, un cortocircuito politico e culturale. La decisione degli organizzatori della fiera “Più libri più liberi” di richiedere agli editori una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti accende il dibattito nazionale e chiama in causa direttamente Palazzo Chigi.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, affida ai social una reazione durissima: «È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire». E ancora: «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, si chiama censura ed è incompatibile con qualsiasi società democratica».

Parole che spostano immediatamente il confronto sul terreno dello scontro ideologico. Ma è proprio qui che il dibattito si fa più complesso – e, per alcuni osservatori, più contraddittorio.

L’antifascismo, infatti, non è una semplice opzione culturale o una sensibilità politica tra le altre. È il presupposto storico e giuridico su cui si fonda la Repubblica italiana. La Costituzione, nata dalla caduta del regime e dalla Resistenza, non si limita a garantire libertà astratte: esclude esplicitamente la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista. Un vincolo che definisce il perimetro stesso della democrazia.

È su questo punto che le critiche “fuori campo” diventano centrali. Perché se è legittimo interrogarsi sul rischio di derive selettive negli spazi culturali, è altrettanto inevitabile ricordare che il rispetto dei principi antifascisti non rappresenta un’imposizione ideologica, bensì un requisito di legalità costituzionale. In questa chiave, la richiesta avanzata dalla fiera può essere letta non come filtro politico, ma come riaffermazione di un quadro normativo preciso.

Da qui nasce anche un ulteriore elemento di tensione: il rapporto tra queste dichiarazioni e l’identità politica della destra italiana contemporanea. Non mancano, infatti, le osservazioni – spesso espresse in modo informale ma diffuse – che richiamano la storia e le radici di alcune forze oggi al governo, sollevando interrogativi sulla coerenza tra rivendicazione di libertà assoluta e vincoli costituzionali espliciti.

Il rischio, in questo scenario, è quello di una semplificazione reciproca: da un lato l’accusa di censura, dall’altro la delegittimazione politica. Nel mezzo resta una questione sostanziale che va oltre la contingenza: può la libertà di espressione prescindere dai principi fondativi della democrazia? E fino a che punto la difesa di quei principi può essere percepita come limitazione del pluralismo?

Domande tutt’altro che teoriche, che la polemica sulla fiera del libro riporta con forza al centro del dibattito pubblico. Perché se è vero che la libertà è il cuore della democrazia, è altrettanto vero che – nella storia italiana – quella libertà nasce da un confine ben preciso: il rifiuto del fascismo.

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