25 Ottobre 2026, domenica
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Omicidio Willy, ergastolo a Gabriele Bianchi nel terzo appello: confermata la linea della Cassazione

I giudici ribadiscono la responsabilità del maggiore dei fratelli Bianchi per il pestaggio mortale di Colleferro. Apertura alla giustizia riparativa, ma senza effetti sulla pena. Già definitivo il carcere a vita per Marco.

La parola fine, almeno sul piano giudiziario, si avvicina sempre di più. La Corte d’Assise d’Appello di Roma, nel processo d’appello ter, ha condannato all’ergastolo Gabriele Bianchi per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, il giovane ucciso nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2020 a Colleferro, alle porte della Capitale, dopo un brutale pestaggio.

Una decisione che si inserisce in un iter processuale lungo e complesso, riaperto dopo il rinvio disposto dalla Cassazione, chiamata a valutare nuovamente la concessione delle attenuanti generiche riconosciute nel precedente appello bis, quando la pena era stata ridotta a 28 anni. I giudici di legittimità avevano invece già reso definitiva la condanna all’ergastolo per il fratello Marco Bianchi, sancendo in modo inequivocabile la responsabilità penale dei due.

La nuova sentenza e il nodo delle attenuanti

Il cuore del nuovo giudizio riguardava proprio la valutazione delle attenuanti. La Corte d’Assise d’Appello ha escluso che vi fossero elementi tali da giustificare uno sconto di pena, ripristinando quindi la massima condanna prevista dall’ordinamento.

Una scelta che, secondo la parte civile, restituisce coerenza alla gravità dei fatti. «La richiesta di accesso alla giustizia riparativa non poteva incidere sulla pena», ha sottolineato l’avvocato Domenico Marzi, legale della famiglia Monteiro. «La sanzione e il percorso rieducativo sono piani distinti: non si possono confondere, né utilizzare l’uno per attenuare l’altro».

Giustizia riparativa: spiraglio aperto

Parallelamente, i giudici hanno ammesso Gabriele Bianchi all’istituto della giustizia riparativa. Una decisione che apre, almeno teoricamente, alla possibilità di un confronto diretto con i familiari della vittima, qualora questi decidessero di aderire al percorso.

In caso contrario, l’imputato potrà comunque intraprendere un iter alternativo di natura psicologica e rieducativa. Un passaggio che non incide sulla condanna, ma che si inserisce nella dimensione trattamentale prevista dall’ordinamento penitenziario.

Le parole in aula: «Porto questo dolore da sei anni»

Nel corso dell’udienza, Gabriele Bianchi ha reso dichiarazioni spontanee, chiedendo scusa alla famiglia di Willy. «Il dolore di questa storia lo porto dentro da sei anni», ha affermato. «Non sono più il ragazzo che è entrato in carcere allora. Oggi sono padre: mio figlio cresce nelle salette dei colloqui, e con lui immagino un futuro diverso».

Parole che non hanno però scalfito la ricostruzione giudiziaria di quella notte, né il giudizio sulla gravità delle condotte.

Il pestaggio e le altre condanne

Secondo quanto accertato nei vari gradi di giudizio, l’aggressione si consumò in meno di un minuto — circa cinquanta secondi — ma con una violenza definita «efferata» e «inaudita». Willy fu colpito ripetutamente mentre era ormai a terra, incapace di difendersi.

Un ruolo centrale, secondo l’accusa, fu svolto proprio dai fratelli Bianchi, con Gabriele — praticante di arti marziali miste — che avrebbe sferrato il primo violento calcio al petto della vittima, seguito immediatamente dal fratello Marco.

Accanto a loro agirono anche Francesco Belleggia e Mario Pincarelli, le cui condanne sono già definitive: 23 anni per il primo, 21 per il secondo. Entrambi parteciparono attivamente al pestaggio, colpendo Willy con calci e pugni, inclusi colpi alla testa.

Una vicenda simbolo

A quasi sei anni dai fatti, l’omicidio di Willy Monteiro resta uno dei casi più emblematici di violenza giovanile degli ultimi anni, capace di scuotere profondamente l’opinione pubblica. Un delitto maturato in pochi istanti, ma che continua a interrogare giustizia e società sul confine tra brutalità e responsabilità, tra pena e possibilità di recupero.

Con la sentenza di oggi, la giustizia ribadisce un punto fermo: la gravità di quanto accaduto a Colleferro non consente attenuazioni.

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