2 Ottobre 2026, venerdì
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Flotilla, Roma indaga il ministro israeliano Ben Gvir. Trump avverte Netanyahu: “Così rischi l’isolamento contro l’Iran”

La Procura capitolina apre un fascicolo per sequestro di persona e tortura. Tensione internazionale: raid in Libano, tregua annunciata con Teheran. Imbarazzo politico per Palazzo Chigi

La vicenda della Flotilla approda nelle aule giudiziarie italiane e si intreccia con uno scenario internazionale sempre più incandescente. La Procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, con accuse pesanti: sequestro di persona e tortura.

L’inchiesta prende le mosse dagli episodi avvenuti nel porto di Ashdod, dove alcuni attivisti della missione umanitaria furono fermati e immobilizzati. Secondo quanto emerge, il ministro avrebbe rivolto parole di scherno nei confronti dei fermati mentre erano inginocchiati, con le mani legate dietro la schiena. Una condotta che gli inquirenti italiani ritengono meritevole di approfondimento penale, in base al principio di giurisdizione per reati gravi contro i diritti umani.

La reazione di Ben Gvir è stata immediata e sprezzante: “L’Italia è passata dall’essere il Paese dello stivale a quello delle ciabatte. Non mi faccio intimidire”, ha dichiarato, liquidando l’iniziativa giudiziaria come un attacco politico.

Sul piano internazionale, la tensione resta altissima. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rivelato i contenuti di un recente colloquio con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, lanciando un monito chiaro: “Gli ho detto: fai attenzione, o rischi di restare solo contro l’Iran”. Parole che riflettono le preoccupazioni di Washington per un’escalation regionale fuori controllo.

Netanyahu, dal canto suo, ha annunciato che “il fuoco con l’Iran è cessato”, rivendicando però la legittimità degli attacchi condotti contro Teheran come azioni di autodifesa. Una dichiarazione che non basta a rasserenare il quadro: nelle stesse ore, nuove operazioni dell’Idf hanno colpito il sud del Libano, alimentando il timore di un allargamento del conflitto.

In questo contesto, si fa sempre più evidente l’imbarazzo del governo italiano guidato da Giorgia Meloni. La vicinanza politica con Netanyahu, già oggetto di critiche, diventa ora un nodo delicato da gestire, anche alla luce del mandato di arresto internazionale che pende sul premier israeliano per presunti crimini contro l’umanità.

A Palazzo Chigi prevale, per ora, una linea attendista. Nessuna presa di posizione netta, mentre si osserva l’evoluzione degli eventi e si cerca di evitare un’esposizione diretta in uno scenario diplomatico estremamente fragile. Una strategia prudente, ma che rischia di trasformarsi in isolamento politico se la crisi dovesse ulteriormente aggravarsi.

Intanto, l’inchiesta romana segna un passaggio simbolico rilevante: per la prima volta, un esponente di primo piano del governo israeliano viene formalmente chiamato a rispondere davanti alla giustizia italiana per fatti legati alle operazioni contro attivisti internazionali. Un segnale destinato ad avere ripercussioni ben oltre i confini nazionali.

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