C’è una memoria che resiste al tempo e alle sentenze, ai processi e alle ferite mai rimarginate. È quella di Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, che a distanza di quasi due decenni dall’omicidio di Chiara Poggi torna a parlare con parole che intrecciano dolore, fede e una ritrovata fiducia nella giustizia.
“Di Chiara mi è rimasto il sorriso”, racconta. Un’immagine semplice, quasi sospesa, che attraversa gli anni e si impone come l’ultimo frammento intatto di una vicenda che ha segnato la cronaca giudiziaria italiana. “È sempre nei miei pensieri e nelle mie preghiere. Sono convinta che da lassù ci stia proteggendo”.
Il delitto di Garlasco, avvenuto il 13 agosto 2007, è oggi al centro di un nuovo capitolo investigativo. La Procura di Pavia ha riaperto il caso indicando in Andrea Sempio l’unico possibile responsabile dell’omicidio, una ricostruzione che, se confermata, ridisegnerebbe radicalmente il quadro accusatorio che ha portato alla condanna definitiva di Stasi nel 2015.
Per la madre dell’ex studente della Bocconi, oggi in carcere, si tratta di un passaggio cruciale. “Ho vissuto quest’ultimo anno con trepidazione, aspettando che qualcosa cambiasse. Ma soprattutto con fiducia nei nuovi inquirenti”. Una fiducia che, ammette senza esitazioni, era venuta meno dopo la condanna: “Nel 2014 ha iniziato a vacillare. Vedere mio figlio in carcere è stato devastante. Ma oggi devo riconoscere che questa Procura ha lavorato in modo eccellente”.
Le nuove evidenze raccolte dagli investigatori vengono definite “elementi forti”, capaci di alimentare una speranza mai sopita. “Io spero dal 2007. Non ho mai accettato quello che stava succedendo ad Alberto. E l’ho sempre detto chiaramente: se anche solo avessimo avuto il minimo dubbio sulla sua colpevolezza, io stessa lo avrei portato dai carabinieri”.
Parole nette, che raccontano non solo una linea difensiva, ma soprattutto il legame tra una madre e un figlio travolti da una vicenda giudiziaria e mediatica senza precedenti. “Ci siamo sostenuti a vicenda. Forse è stato lui a dare più forza a me, anche da lontano. Oggi possiamo vederci più spesso, tornare a frequentarci. Significa molto. Il nostro rapporto non è cambiato, ma la vita ci ha messo duramente alla prova”.
Nel racconto di Ligabò riaffiora anche il passato, quando Chiara era la fidanzata di Alberto e frequentava la loro casa. “Veniva da noi, non spesso, ma c’era. E poi d’estate, al mare, quando stavano insieme. Erano due ragazzi bellissimi”. L’ultimo ricordo è nitido, quasi fotografico: “Era luglio 2007. Alberto era già partito per Londra. Chiara venne a prendere dei vestiti da portargli. Indossava una gonnellina rossa e una maglietta bianca. Era sorridente, felice”.
Un’immagine che si contrappone al lungo scontro, anche mediatico, con la famiglia Poggi, che in questi anni ha sempre sostenuto la responsabilità di Stasi. Alla domanda su un eventuale messaggio da rivolgere ai genitori della vittima, la risposta è secca: “Preferisco di no”.
Un silenzio che pesa quanto le parole, in una vicenda che continua a dividere e interrogare, sospesa tra verità giudiziaria e ricerca di una verità definitiva che, forse, non è ancora stata completamente scritta.
