Un attacco su più fronti, che tiene insieme Europa, giustizia, lavoro e ambiente. Le opposizioni serrano i ranghi e alzano il livello dello scontro politico con il governo guidato da Giorgia Meloni, accusata di incoerenza, opacità e distanza dalla realtà del Paese.
A guidare l’offensiva è Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, che punta il dito contro la postura della premier nei confronti dell’Unione Europea. «Meloni scopre improvvisamente che Bruxelles è un gigante burocratico e distante», afferma, «ma la differenza è evidente: lei e i suoi alleati in Europa governano e contribuiscono direttamente alle scelte». Un’accusa che ribalta la narrazione della maggioranza: non vittime, ma corresponsabili delle politiche europee, dal Patto di stabilità alle strategie sul riarmo fino agli accordi commerciali.
Da qui la sfida politica: se la critica all’Europa non è solo retorica interna, secondo Appendino la premier dovrebbe trarne conseguenze concrete. Il gesto simbolico indicato è chiaro: chiedere a Raffaele Fitto di lasciare la vicepresidenza della Commissione europea. «Non si può fare il capopopolo contro Bruxelles mentre si occupano posti chiave nelle sue istituzioni», è il senso dell’affondo.
Ma è sul terreno della giustizia che lo scontro si fa ancora più duro. Sempre Appendino attacca frontalmente il caso Delmastro, definendo «senza precedenti» il livello di gravità politica. L’ex sottosegretario, intervenuto in Commissione Antimafia, si sarebbe presentato come vittima, una ricostruzione che l’esponente M5S respinge con decisione. «L’idea che non sapesse con chi avesse a che fare è semplicemente irricevibile», sostiene, sottolineando la delicatezza del ruolo ricoperto, in particolare la delega al 41-bis.
Il punto politico diventa allora doppio: da un lato la responsabilità personale, dall’altro quella della presidente del Consiglio, accusata di aver difeso Delmastro troppo a lungo. «Meloni deve spiegare perché ha mantenuto una figura simile alla guida di uno dei dossier più sensibili dello Stato», incalza Appendino, parlando di «vette inedite di vergogna».
Sul fronte economico-sociale, la critica arriva invece dal Partito Democratico con Maria Cecilia Guerra, che smonta con toni ironici la narrazione governativa sui benefici di bonus e detassazioni. Al centro della polemica, il caso di “Paola”, figura utilizzata in una nota ufficiale per rappresentare i vantaggi delle politiche del lavoro.
Secondo Guerra, si tratta di un esempio talmente ideale da risultare irreale: aumento salariale consistente, premi di produttività ben oltre la media nazionale, benefit elevati e una combinazione perfetta di condizioni familiari e fiscali. «Vorrei conoscerti, Paola», conclude provocatoriamente, suggerendo che si tratti più di una costruzione teorica che di una fotografia del Paese reale.
Sempre dal Pd arriva l’affondo della segretaria Elly Schlein sul tema europeo. Anche qui il bersaglio è la presunta contraddizione della premier: «Chiede un cambio di passo in Europa, ma è al Consiglio europeo da quattro anni», osserva. Una critica che si allarga alla linea politica complessiva della destra europea, accusata di frenare l’integrazione, dagli investimenti comuni alla riforma dei meccanismi decisionali fino alla difesa condivisa.
Infine, sul piano ambientale e legislativo, il Pd si mobilita contro il Ddl Caccia. Annalisa Corrado denuncia una riforma «miope e pericolosa», sostenuta da un ampio fronte di associazioni e oggetto di rilievi anche da parte della Commissione europea. Il timore è quello di un arretramento rispetto alle normative vigenti e agli standard comunitari, con il rischio concreto di una procedura d’infrazione.
In questo quadro, emerge un’opposizione compatta che prova a costruire una narrazione alternativa: un governo accusato di doppiezza in Europa, debolezza nella gestione della giustizia e distanza dalle reali condizioni economiche e sociali del Paese. Una linea di attacco che punta a mettere in difficoltà la maggioranza su tutti i principali dossier aperti.
