Arriva tardi e si ferma proprio sul più decisivo dei passaggi: è questo, in sintesi, il giudizio del Partito democratico sulla svolta del governo in materia di retribuzioni. A mettere nero su bianco la critica è Maria Cecilia Guerra, responsabile Lavoro della segreteria nazionale dem, che in una nota interviene sul cosiddetto “giusto salario” evocato dalla premier Giorgia Meloni.
Secondo Guerra, la definizione adottata oggi dall’esecutivo ricalca, con anni di ritardo, l’impostazione già avanzata dalle opposizioni. “Tre anni fa – sottolinea – avevamo proposto che il salario conforme all’articolo 36 della Costituzione non potesse essere inferiore al trattamento economico complessivo previsto dai contratti collettivi firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative”. Una linea che, osserva, coincide con ciò che oggi il governo definisce “giusto salario”.
Da qui il riconoscimento, seppur parziale, di un cambio di rotta. “È un’inversione importante – ammette Guerra – soprattutto dopo anni in cui si è tollerata, se non difesa, la proliferazione dei contratti cosiddetti pirata”.
Ma è proprio sul terreno dell’applicazione concreta che, per il Pd, la proposta governativa mostra tutte le sue lacune. Il decreto del Primo Maggio, infatti, non introduce alcun obbligo per le imprese che adottano contratti non rappresentativi di adeguarsi ai livelli retributivi più elevati. Si limita, piuttosto, a escluderle da alcuni incentivi temporanei, misura giudicata insufficiente.
“È un intervento debole – incalza Guerra – incapace di compensare il vantaggio economico che queste aziende continuano a ottenere pagando salari inadeguati”.
La distanza tra maggioranza e opposizioni si allarga ulteriormente sul tema del salario minimo legale. Nella proposta del centrosinistra, infatti, anche i contratti collettivi più rappresentativi dovrebbero rispettare una soglia inderogabile fissata per legge. Il limite indicato è quello dei 9 euro l’ora: “Al di sotto di questa cifra – afferma Guerra – non si può parlare di lavoro, ma di sfruttamento”.
Una posizione che richiama direttamente il dettato costituzionale, andando oltre i rapporti di forza tra le parti sociali. “La tutela prevista dall’articolo 36 – insiste – non può essere lasciata esclusivamente alla contrattazione”.
Per il Pd, dunque, la proposta del governo resta “monca e insufficiente”: manca sia un minimo salariale legale, sia un meccanismo vincolante che imponga l’applicazione dei contratti più rappresentativi. La partita, tuttavia, è tutt’altro che chiusa. “Ci batteremo in Parlamento per modificarla”, conclude Guerra, annunciando un confronto destinato ad accendere il dibattito politico nelle prossime settimane.

