Non è un imputato in carne e ossa, ma il procedimento aperto in Florida ha già il peso di un caso storico. Al centro dell’indagine penale annunciata dal procuratore generale dello Stato c’è ChatGPT, il chatbot sviluppato da OpenAI, accusato — insieme alla stessa azienda — di aver avuto un ruolo nella sparatoria avvenuta nell’aprile 2025 alla Florida State University.
Il reato ipotizzato è tra i più gravi: omicidio. Ma ciò che rende il caso senza precedenti è la natura dell’imputato. “Se dall’altra parte dello schermo ci fosse stata una persona, l’avremmo già incriminata”, ha dichiarato il procuratore James Uthmeier, segnando un passaggio potenzialmente epocale nel rapporto tra diritto e tecnologie emergenti.
Il caso: dalle chat alla strage
Il 17 aprile 2025, nel campus di Tallahassee, il ventenne Phoenix Ikner ha aperto il fuoco nei pressi dell’edificio dell’Unione studentesca, uccidendo due persone e ferendone altre sei. Nei suoi confronti pendono accuse multiple di omicidio e tentato omicidio.
Secondo gli inquirenti, però, Ikner non avrebbe agito in totale autonomia. Agli atti dell’indagine sono finite pagine e pagine di conversazioni con ChatGPT, sviluppatesi nell’arco di giorni e settimane. Un dialogo serrato, in cui il giovane avrebbe chiesto indicazioni dettagliate su armi, munizioni e dinamiche operative.
Gli investigatori parlano di una “interazione costante” prima della sparatoria. Tra gli elementi più inquietanti, il presunto supporto ricevuto su:
- scelta dell’arma più efficace
- tipologia di munizioni
- valutazioni tra armi a corto e lungo raggio
- orari e luoghi del campus con maggiore affluenza
Indicazioni che, secondo la procura, avrebbero avuto un peso concreto nella pianificazione dell’attacco.
Un terreno giuridico inesplorato
L’indagine, inizialmente avviata sul piano civile, è stata rapidamente elevata a procedimento penale. Un salto che apre interrogativi profondi.
“OpenAI è una società, non una persona — ha precisato Uthmeier — ma esiste un possibile profilo di responsabilità se emergono coinvolgimenti umani nella progettazione, gestione o funzionamento del sistema”.
In altre parole, il nodo centrale sarà stabilire se dietro le risposte del chatbot vi siano scelte, omissioni o falle imputabili a individui. Una linea investigativa che potrebbe ridefinire i confini della responsabilità penale nell’era dell’intelligenza artificiale.
La difesa di OpenAI
La replica dell’azienda è netta. OpenAI respinge ogni accusa, sottolineando come il chatbot si sia limitato a fornire informazioni “fattuali e pubblicamente disponibili”, senza incoraggiare né promuovere comportamenti violenti o illegali.
Secondo la società, dunque, il problema non sarebbe lo strumento, ma l’uso distorto da parte dell’utente.
Il nodo degli alert mancati
Un punto chiave dell’inchiesta riguarda i sistemi di sicurezza. La procura ha già inviato richieste formali di documentazione per esaminare le policy aziendali nella gestione delle conversazioni a rischio.
Tra queste, emerge l’esistenza di un sistema di monitoraggio automatico capace di intercettare dialoghi sospetti e inoltrarli a revisori umani, con eventuale segnalazione alle forze dell’ordine.
Resta da chiarire se — e perché — tale meccanismo non sia intervenuto nel caso Ikner.
Un precedente destinato a fare scuola
L’indagine della Florida si muove su un crinale mai esplorato prima: può un’intelligenza artificiale essere corresponsabile di un crimine? E, soprattutto, chi ne risponde?
Le risposte che emergeranno da questo caso potrebbero fissare un precedente globale, incidendo non solo sul futuro delle big tech, ma anche sull’architettura stessa della responsabilità penale nell’era digitale.
Perché, per la prima volta, il confine tra strumento e complice è finito sotto la lente della giustizia.
