La traiettoria è ormai chiara e segue una linea di continuità che mescola muscoli e diplomazia: dopo il Venezuela e l’Iran, nel mirino della Casa Bianca finisce Cuba. A dirlo, senza troppi giri di parole — salvo poi tentare una mezza retromarcia — è stato Donald Trump, intervenendo al Future Investment Initiative Priority Summit in Florida.
«Cuba è la prossima», ha affermato il presidente, lasciando trapelare l’ipotesi di un nuovo fronte nella strategia americana. Una frase pronunciata quasi con leggerezza — «fate finta che non l’abbia detto» — ma che, nel contesto attuale, suona come tutt’altro che estemporanea.
La dottrina: “pace attraverso la forza”
Trump ha rivendicato apertamente la linea che ha guidato le recenti operazioni militari statunitensi, sintetizzata nella formula — cara alla sua retorica — della “pace attraverso la forza”. Un principio che, nelle sue parole, giustifica anche il ricorso all’intervento diretto.
Il riferimento è soprattutto al Venezuela, dove l’operazione americana ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro all’inizio dell’anno, segnando un punto di svolta nella proiezione militare di Washington nel continente sudamericano.
«Abbiamo costruito un grande esercito — ha spiegato Trump — dicendo che non sarebbe mai servito. Ma a volte bisogna usarlo». Una frase che, più che una giustificazione, suona come un avvertimento.
Cuba, tra pressione e negoziati
Il passaggio su Cuba non arriva nel vuoto. L’isola è già da mesi al centro di una crescente pressione statunitense, stretta tra sanzioni, isolamento energetico e una crisi economica sempre più grave. Il blocco delle forniture petrolifere — conseguenza diretta del cambio di regime in Venezuela — ha aggravato blackout, carenze e tensioni sociali.
Secondo analisti e fonti internazionali, Washington starebbe muovendosi su un doppio binario: da un lato la minaccia, dall’altro il negoziato. Contatti sarebbero in corso con il governo dell’isola guidato da Miguel Díaz-Canel, nel tentativo di ottenere concessioni politiche senza arrivare a uno scontro diretto.
Ma il linguaggio utilizzato da Trump — tra allusioni militari e ironie solo apparenti — contribuisce ad alimentare l’incertezza su quale strada prevarrà.
Il dossier Iran e lo Stretto di Hormuz
Nel suo intervento, il presidente ha toccato anche il fronte mediorientale, ribadendo la volontà di chiudere il conflitto con l’Iran ma da una posizione di forza. Trump ha invitato Teheran a riaprire lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico energetico globale, mentre proseguono contatti diplomatici per un possibile accordo.
Secondo la Casa Bianca, i negoziatori iraniani sarebbero «pronti a trattare», anche se sul terreno la situazione resta instabile e con forti ripercussioni economiche a livello globale.
Non sono mancate, inoltre, dichiarazioni controverse sulla leadership iraniana: Trump ha sostenuto che la nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei, sarebbe «morta o in pessime condizioni», alimentando ulteriormente il clima di tensione.
Affondo sulla Nato
Infine, il presidente americano ha riservato un duro attacco agli alleati occidentali. La NATO è stata accusata di non aver sostenuto gli Stati Uniti nel confronto con l’Iran.
«Siamo molto delusi», ha detto Trump, arrivando a definire l’Alleanza una «tigre di carta». Parole che segnano un ulteriore strappo nei rapporti transatlantici, già messi alla prova dalle scelte unilaterali di Washington.
Uno scenario in evoluzione
Al di là delle dichiarazioni, il quadro resta fluido. Cuba appare oggi il tassello successivo di una strategia che combina pressione economica, leva militare e negoziati selettivi. Ma l’apertura di un nuovo fronte — dopo due crisi ancora aperte — comporterebbe rischi elevati, sia sul piano geopolitico sia su quello economico.
E se il presidente americano invita i media a “ignorare” le sue parole, il resto del mondo sembra fare esattamente il contrario.
