L’Italia sceglie la continuità costituzionale e respinge la riforma della giustizia. Il referendum confermativo si chiude con una vittoria netta del No, che supera il 54%, mentre il Sì si ferma al 46%. Un esito chiaro, amplificato da un’affluenza significativa, che restituisce la misura di un passaggio percepito come cruciale dall’elettorato.
Il verdetto delle urne segna un punto di arresto per l’azione riformatrice del governo guidato da Giorgia Meloni, che aveva investito capitale politico e credibilità nella revisione dell’assetto della magistratura. Ma al tempo stesso, secondo le parole della premier, non modifica la rotta dell’esecutivo: “Rispettiamo la decisione dei cittadini, ma continueremo a lavorare con determinazione per il bene della nazione”.

La linea di frattura: indipendenza e poteri
Il significato politico e simbolico del voto emerge con forza dalle prime reazioni. Per Enrico Grosso, presidente del Comitato per il No, non si tratta soltanto di una sconfitta di parte: “Ha vinto la Costituzione italiana. Ha perso chi voleva affievolire le garanzie e l’indipendenza della magistratura”.
Un’interpretazione che coglie il cuore del confronto referendario: da un lato, la volontà di riformare in senso più marcato il sistema giudiziario; dall’altro, il timore che ciò potesse incidere sull’equilibrio tra i poteri dello Stato, principio cardine dell’ordinamento repubblicano.
L’opposizione esulta: “Un segnale politico”
Le forze di opposizione leggono il risultato come un chiaro messaggio indirizzato al governo. Giuseppe Conte parla senza mezzi termini di “avviso di sfratto”, mentre Riccardo Magi, segretario di +Europa, pur dichiarandosi storicamente favorevole alla separazione delle carriere, critica duramente metodo e merito della riforma: “Scritta male e propagandata peggio”.
Secondo Magi, il vero nodo è stato l’iter: l’assenza di un confronto parlamentare aperto e di un percorso condiviso avrebbe trasformato una materia delicata in uno scontro politico frontale, finendo per indebolire la proposta stessa.
La risposta del governo: rispetto e rilancio
Da parte dell’esecutivo, il tono resta istituzionale. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio sottolinea il rispetto per “la decisione del popolo sovrano”, rivendicando al contempo l’impegno profuso per spiegare una riforma complessa e ambiziosa, ispirata — nelle intenzioni — ai principi del giusto processo delineati dalla Costituzione.
Anche nelle file della maggioranza si cerca di ridimensionare la portata politica della sconfitta. Maurizio Gasparri ricorda come i referendum confermativi, per loro natura, tendano storicamente a favorire il mantenimento dello status quo, con una prevalenza dei No.
Un voto che pesa oltre il quesito
Al di là delle letture contrapposte, il dato più evidente resta la partecipazione: l’elevata affluenza conferma come il tema della giustizia continui a rappresentare uno snodo sensibile per l’opinione pubblica italiana.
Il risultato, tuttavia, va oltre il merito tecnico della riforma. È un passaggio che incide sugli equilibri politici, segnando la prima battuta d’arresto elettorale per il governo Meloni su un terreno identitario. E, al tempo stesso, rilancia una questione che resta aperta: come riformare la giustizia senza incrinare la fiducia nei suoi pilastri fondamentali.
Per ora, la risposta degli italiani è netta: meglio conservare che rischiare. La Costituzione, ancora una volta, resta il punto fermo.
