6 Ottobre 2026, martedì
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Muore Robert Mueller, il magistrato che sfidò il potere: dall’11 settembre al Russiagate

Ex direttore dell’FBI e figura chiave della sicurezza americana, guidò l’inchiesta sulle interferenze russe. Duro il commento del presidente Donald Trump

È morto a 81 anni Robert Swan Mueller III, giurista, veterano di guerra e volto simbolo dell’FBI nell’era post-11 settembre. Con lui scompare uno degli uomini che più hanno inciso sull’evoluzione recente della sicurezza e della giustizia negli Stati Uniti, protagonista tanto nella lotta al terrorismo quanto nella più controversa indagine politica degli ultimi decenni, quella sul cosiddetto Russiagate.

La notizia della sua scomparsa ha immediatamente attraversato l’Atlantico, suscitando reazioni contrastanti. Tra le più dure, quella del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha liquidato la morte di Mueller con parole destinate a far discutere: “Sono contento sia morto. Non potrà più fare del male a persone innocenti”. Un commento che riassume plasticamente anni di tensioni e scontri tra i due.

Nato nel 1944, Mueller si forma alla Princeton University prima di scegliere la via delle armi. Durante la guerra in Vietnam serve nei Marines, esperienza che segnerà profondamente il suo approccio alla disciplina e al servizio pubblico. Terminato il conflitto, intraprende la carriera legale, costruendo nel tempo un profilo solido all’interno del Dipartimento di Giustizia.

Negli anni dell’amministrazione Reagan, assume incarichi di rilievo come procuratore federale nel Massachusetts, per poi salire progressivamente ai vertici dell’apparato giudiziario statunitense. Ma è il 2001 a segnare la svolta decisiva: il 4 settembre, su nomina del presidente George W. Bush, diventa direttore dell’FBI. Sette giorni dopo, gli attentati alle Torri Gemelle cambiano per sempre la storia americana — e il suo mandato.

Per dodici anni, attraversando anche la presidenza di Barack Obama, Mueller guida l’agenzia federale in una trasformazione profonda, rafforzando gli strumenti di contrasto al terrorismo internazionale e ridefinendo le priorità dell’intelligence interna. Sotto la sua direzione, l’FBI diventa uno dei pilastri della strategia statunitense contro il fondamentalismo islamico.

Dopo un periodo lontano dai riflettori, nel 2017 torna al centro della scena pubblica con la nomina a procuratore speciale incaricato di indagare sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016. Un incarico ad altissima esposizione politica, che lo pone in rotta di collisione con Donald Trump, vincitore di quella tornata elettorale.

L’indagine, conclusa nel 2019, non accerta un coordinamento diretto tra il presidente e il Cremlino, ma documenta un vasto sistema di interferenze da parte di soggetti russi. Mueller incrimina 13 individui e tre aziende, accusati di aver orchestrato campagne di disinformazione sui social media, prima contro Hillary Clinton e poi, in modo più ambiguo, anche rispetto allo stesso Trump.

Per il presidente, tuttavia, l’intera inchiesta resta una “caccia alle streghe”, espressione con cui ha più volte bollato il lavoro del procuratore speciale. Un conflitto mai ricomposto, che trova nella reazione alla morte di Mueller il suo epilogo più crudo.

Figura schiva ma determinata, lontana dai riflettori personali ma sempre al centro delle dinamiche istituzionali, Robert Mueller lascia un’eredità complessa. Per alcuni, un servitore inflessibile dello Stato; per altri, un simbolo di un potere investigativo capace di spingersi fino ai confini della politica.

La sua parabola, tra guerra, giustizia e intelligence, racconta una stagione americana segnata da paure globali e tensioni interne. E ricorda quanto sottile possa essere, nelle democrazie contemporanee, il confine tra sicurezza e conflitto politico.

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