5 Ottobre 2026, lunedì
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Teheran sotto tiro: ucciso il capo dei Basij. Raid e tensioni, colpita anche l’ambasciata Usa a Baghdad

Escalation regionale dopo tre settimane di conflitto: Forze di difesa israeliane rivendicano l’eliminazione di Gholamreza Soleimani. Attacchi e allerta in Iraq, Golfo ed Emirati. Teheran stringe la repressione interna

A tre settimane dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, la crisi imbocca una traiettoria sempre più ampia e pericolosa. Il fronte si allarga, gli obiettivi si moltiplicano e la tensione regionale cresce di ora in ora. Nella notte, un nuovo salto di qualità: Forze di difesa israeliane (Idf) hanno annunciato di aver ucciso in un raid mirato a Teheran il comandante delle forze Basij, Gholamreza Soleimani, figura chiave dell’apparato di sicurezza della Repubblica islamica.

Secondo fonti militari israeliane, l’operazione – condotta dall’aeronautica e basata su intelligence “precisa e verificata” – ha colpito il generale, in carica da circa sei anni, nel cuore della capitale iraniana. Le Basij, milizia paramilitare legata ai Guardiani della Rivoluzione, sono considerate da Israele uno degli strumenti principali della repressione interna: arresti di massa, controllo capillare del territorio e uso sistematico della forza contro i civili.

L’eliminazione di Soleimani, sottolineano fonti israeliane, si inserisce in una strategia più ampia volta a decapitare la catena di comando iraniana. Una sequenza di operazioni mirate che, nelle intenzioni dello Stato ebraico, punta a indebolire la capacità operativa e decisionale di Teheran. “Le operazioni contro i vertici militari continueranno”, è il messaggio che filtra dai vertici dell’Idf.

Ma il conflitto non resta confinato ai cieli iraniani. A Baghdad, un drone iraniano ha colpito l’ambasciata degli Stati Uniti nei pressi dell’aeroporto internazionale, provocando una violenta esplosione e una densa colonna di fumo nero visibile a distanza. Un segnale diretto, che riporta Washington al centro della crisi.

Nel frattempo, l’intero Golfo vive ore di apprensione. Almeno tre esplosioni sono state segnalate a Dubai dopo un precedente allarme missilistico. In Doha, in Qatar, sono scattate nuove misure di sicurezza dopo forti boati avvertiti dalla popolazione. Negli Emirati Arabi Uniti, una petroliera è stata colpita da un proiettile non identificato, episodio che alimenta il timore di un’escalation anche sulle rotte energetiche globali.

Sul piano interno, la Repubblica islamica sembra reagire stringendo la morsa. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, che cita il capo della polizia iraniana Ahmad-Reza Radan, il regime ha intensificato la repressione per prevenire possibili rivolte. Dall’inizio della guerra, almeno 500 persone sarebbero state arrestate con accuse che spaziano dalla collaborazione con media stranieri al sostegno a “forze nemiche”.

Una strategia preventiva, che punta a spegnere sul nascere ogni forma di dissenso mentre il Paese è sotto pressione militare. Le autorità avrebbero inoltre minacciato l’uso della forza letale contro eventuali manifestanti nella capitale.

Intanto, l’Idf conferma nuovi raid anche su Beirut, oltre che su obiettivi a Teheran, parlando apertamente di operazioni contro “infrastrutture terroristiche”. Un linguaggio che certifica il cambio di fase: non più solo contenimento, ma offensiva mirata e sistematica.

Il quadro che emerge è quello di una crisi ormai regionalizzata, dove ogni attacco rischia di innescare una reazione a catena. Dalla capitale iraniana al Golfo, passando per l’Iraq e il Libano, il conflitto si estende e si intensifica, mentre la diplomazia internazionale appare sempre più marginale rispetto alla logica delle armi.

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