9 Agosto 2026, domenica
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Rogoredo, il poliziotto padrone della piazza: minacce, violenze e droga per comprare silenzi

Dalle intimidazioni contro i pusher al presunto omicidio premeditato di Abderrahim Mansouri: l’inchiesta travolge l’agente Carmelo Cinturrino e altri colleghi tra arresti illegali, estorsioni e pestaggi

«Qui comando io, non i Mansouri». Una frase che, secondo gli inquirenti, non era soltanto un’intimidazione, ma il manifesto di un sistema di potere parallelo costruito nel cuore della piazza di spaccio di Rogoredo. A pronunciarla sarebbe stato Carmelo Cinturrino, il poliziotto oggi in carcere con l’accusa più grave: omicidio premeditato per la morte del 28enne Abderrahim Mansouri.

L’episodio si inserisce in un quadro investigativo ben più ampio. Subito dopo quella frase, Cinturrino avrebbe spruzzato spray urticante contro un pusher, costringendolo – secondo la ricostruzione della Procura – a rivelare nascondigli di droga e denaro riconducibili alla famiglia Mansouri. Un metodo che gli inquirenti descrivono come sistematico e che configura una delle numerose ipotesi di estorsione contestate all’agente.

Ma il fascicolo va oltre. In totale sono 29 i capi d’imputazione che coinvolgono il poliziotto, affiancato da altri colleghi finiti sotto indagine. Tra le accuse emergono cinque episodi di arresti ritenuti illegali: un giovane tunisino fermato due volte nel 2024, un cittadino marocchino arrestato altrettante volte nel 2025 e un terzo soggetto bloccato nel luglio dello stesso anno, al quale sarebbe stato sottratto anche il telefono cellulare.

L’inchiesta, tuttavia, delinea contorni ancora più inquietanti. Secondo gli atti, nell’autunno scorso Cinturrino e altri tre agenti avrebbero offerto cocaina a un tossicodipendente e ad altre persone non identificate in cambio di informazioni sulla rete dello spaccio: nomi, movimenti, nascondigli. Una pratica che, se confermata, ribalterebbe completamente il ruolo degli investigatori, trasformandoli in attori diretti del mercato illegale.

Non mancano poi le accuse di violenza fisica. Due agenti avrebbero pestato brutalmente un cosiddetto “cavallino” – uno degli addetti allo spaccio al dettaglio – fino a costringerlo al ricovero in ospedale, nel tentativo di impossessarsi di droga e contanti legati a Mansouri. In un altro episodio, Cinturrino avrebbe colpito un uomo con due martellate allo sterno. Altri due individui sarebbero stati aggrediti con colpi alla schiena e alla testa tra ottobre e gennaio.

Un’escalation di violenza che, secondo la Procura, disegna un contesto di sopraffazione sistematica, in cui la gestione della piazza di spaccio sarebbe stata oggetto di un controllo diretto e violento.

Ora gli inquirenti puntano a cristallizzare le testimonianze chiave. È stata infatti avanzata la richiesta di incidente probatorio per ascoltare otto persone, tra cui un cittadino afghano considerato testimone oculare dell’omicidio del 28enne. La scelta non è casuale: molti dei testimoni sono detenuti, senza fissa dimora o a rischio espulsione, condizioni che rendono incerta la loro futura presenza in aula.

L’obiettivo è fissare una volta per tutte le loro versioni dei fatti, prima che possano disperdersi. Perché da quelle voci, fragili ma decisive, potrebbe dipendere la ricostruzione definitiva di una vicenda che scuote dalle fondamenta il rapporto tra legalità e abuso di potere in uno dei luoghi simbolo dello spaccio milanese.

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