2 Ottobre 2026, venerdì
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Dazi Usa, Appendino attacca: “Meloni tace, lo Stato risarcisca le imprese italiane”

Dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha dichiarato illegittimi i dazi voluti da Donald Trump, la deputata M5S accusa il governo di immobilismo: “Palazzo Chigi pretenda i rimborsi o intervenga direttamente”

La sentenza è arrivata come un macigno sugli equilibri commerciali transatlantici e sulle scelte politiche degli ultimi anni: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegali i dazi imposti durante l’amministrazione di Donald Trump. Una pronuncia destinata a riaprire il capitolo dei rimborsi e delle responsabilità, con ricadute potenzialmente significative per le imprese europee – e italiane in particolare – che per mesi hanno sopportato un aggravio tariffario poi ritenuto contrario alla legge.

Nel pieno di questo scenario, la polemica politica in Italia si accende. A sollevarla con toni durissimi è la deputata del Movimento 5 Stelle Chiara Appendino, che punta il dito contro il governo guidato da Giorgia Meloni, accusandolo di silenzio e inerzia.

“Sono passate quasi 24 ore dalla decisione della Corte Suprema americana – scrive Appendino sui social – e Meloni è muta, scomparsa nei corridoi di Palazzo Chigi”. Un attacco frontale, che non risparmia nemmeno il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, reo – secondo l’esponente pentastellata – di aver invocato “cautela” e richiamato i “valori condivisi” con Washington invece di pretendere con forza la restituzione delle somme versate.

Il nodo dei rimborsi

Il punto politico, ma soprattutto economico, è tutto qui: se i dazi sono stati giudicati illegittimi, le aziende che li hanno pagati hanno diritto a essere risarcite? E da chi?

Appendino non ha dubbi: “La sentenza parla chiaro: quei soldi sono stati sottratti illegalmente. Lo Stato non può limitarsi a fare il diplomatico di cortesia, deve esigere il rimborso integrale di ogni singolo centesimo versato dalle nostre imprese”.

La questione non è solo formale. I dazi colpirono in particolare comparti strategici del Made in Italy – dall’agroalimentare alla manifattura – incidendo sui margini di aziende già esposte alla volatilità dei mercati globali. Per molte realtà esportatrici, l’imposizione tariffaria si tradusse in un aumento dei prezzi finali o in una compressione dei profitti, con inevitabili ripercussioni sulla competitività.

Secondo la parlamentare M5S, l’esecutivo dovrebbe muoversi su un doppio binario: “Se il governo non ha la forza di pretendere i danni da Washington, allora sia lo Stato italiano a risarcire immediatamente le aziende che ha lasciato colpevolmente indifese”. Una proposta che, se tradotta in atti concreti, aprirebbe un fronte delicato sul piano dei conti pubblici e dei rapporti diplomatici con gli Stati Uniti.

Diplomazia o fermezza?

Dal canto suo, il governo non ha finora annunciato iniziative straordinarie, limitandosi a sottolineare la necessità di valutare gli effetti della sentenza e di muoversi nel solco delle relazioni bilaterali e degli accordi commerciali internazionali.

Ma per l’opposizione, e in particolare per il Movimento 5 Stelle, la prudenza rischia di apparire come arrendevolezza. “Le nostre imprese hanno subito un furto legalizzato – incalza Appendino – non possono essere anche beffate dal vostro servilismo anti-italiano”. Parole che alzano il livello dello scontro e spostano il dibattito dal piano tecnico-giuridico a quello politico-identitario, evocando la difesa del Made in Italy come banco di prova della credibilità dell’esecutivo.

La vicenda dei dazi, insomma, si trasforma in un test per la linea internazionale del governo Meloni: equilibrio atlantico o assertività nazionale? In attesa di eventuali iniziative formali – sia in sede bilaterale sia europea – resta il nodo centrale: chi restituirà alle imprese italiane quanto versato in base a un provvedimento ora dichiarato illegittimo?

La risposta, più che nelle dichiarazioni, sarà nelle prossime mosse di Palazzo Chigi.

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