3 Ottobre 2026, sabato
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Meloni contro le “toghe politicizzate”: «Sentenze assurde, ma non arretriamo»

Nuovo affondo del premier contro una parte della magistratura dopo le decisioni sui provvedimenti in materia di immigrazione. «Faremo tutto il necessario per difendere i confini». Ma lo scontro istituzionale riapre il nodo della qualità delle norme varate dall’esecutivo.

C’è una linea che Giorgia Meloni non sembra intenzionata ad abbandonare: quella dello scontro frontale con quella che definisce «una parte politicizzata della magistratura». In un nuovo video diffuso sui social, il presidente del Consiglio torna a puntare il dito contro le recenti decisioni giudiziarie che hanno inciso su provvedimenti del governo in materia di immigrazione, parlando di una «lunga serie di sentenze oggettivamente assurde».

Il tono è diretto, il bersaglio chiaro. «Qual è il messaggio che si sta cercando di far passare? – si domanda il premier – Che non è consentito al governo provare a contrastare l’immigrazione illegale di massa? Che qualunque legge si faccia e qualunque procedimento si costruisca una parte politicizzata della magistratura è pronta a mettersi di traverso?».

Non è la prima volta che Meloni evoca l’esistenza di “toghe politicizzate”, né è la prima volta che collega le decisioni dei giudici a un presunto tentativo di ostacolare l’azione dell’esecutivo. Il tema dell’immigrazione, del resto, è uno dei pilastri identitari della maggioranza di centrodestra: controllo delle frontiere, stretta sui rimpatri, rafforzamento dei meccanismi di trattenimento e nuovi strumenti per accelerare le procedure.

Nel video, il presidente del Consiglio non si limita alla denuncia. Rivendica una postura di fermezza: «Mi dispiace se deluderò più di qualcuno, ma noi siamo particolarmente ostinati». E ancora: «Continueremo a fare del nostro meglio per rispettare la parola data agli italiani e per far rispettare le regole e le leggi dello Stato italiano. Faremo tutto quello che serve per difendere i confini e la sicurezza dei cittadini».

Il lessico è quello della determinazione, quasi della sfida. L’ostinazione viene presentata come virtù politica, come coerenza rispetto al mandato elettorale. Ma nel sistema costituzionale italiano l’equilibrio tra poteri non si misura sulla tenacia bensì sulla solidità delle norme. Se provvedimenti e decreti vengono ripetutamente smontati o ridimensionati dai giudici – ordinari, amministrativi o costituzionali – la questione non può essere liquidata soltanto come frutto di un disegno politico delle toghe.

È legittimo che un governo persegua il proprio indirizzo politico. È altrettanto fisiologico che la magistratura eserciti il controllo di legalità sugli atti dell’esecutivo. Quando però le censure si moltiplicano, l’interrogativo si sposta: non tanto se i giudici “si mettano di traverso”, ma se le norme siano scritte in modo coerente con il quadro costituzionale e con la legislazione vigente, nazionale ed europea.

Il conflitto permanente può avere una sua utilità comunicativa. Compatta l’elettorato, polarizza il dibattito, semplifica lo scenario. Ma governare richiede anche precisione tecnica, capacità di tradurre gli slogan in testi normativi solidi, consapevolezza dei limiti posti dalla Carta e dagli obblighi internazionali.

In politica è sempre più facile individuare un avversario esterno che riconoscere le proprie responsabilità. Tuttavia, quando decreti e leggi inciampano ripetutamente sugli stessi ostacoli giuridici, l’ostinazione rischia di trasformarsi in un boomerang. Non basta riproporre la medesima impostazione sperando in un esito diverso: solo un pazzo – ammoniva Albert Einstein – persevera nello stesso errore aspettandosi che il risultato cambi.

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