Mentre a Ginevra si riapre il tavolo del negoziato trilaterale tra Russia, Stati Uniti e Ucraina, il linguaggio della diplomazia continua a intrecciarsi con quello, ben più aspro, della propaganda di guerra. Da un lato l’ottimismo prudente dell’inviato americano Steve Witkoff, che parla di “progressi significativi” nei colloqui; dall’altro l’ennesima, durissima accusa di Mosca contro Kiev, tacciata di condurre attacchi deliberati contro civili e bambini.
La giornata si apre così, in un clima sospeso tra tentativi di de-escalation e nuove fiammate retoriche. A scandire il tono è stata Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, che ha puntato il dito contro quello che definisce “il regime di Kiev”. In un intervento a Sputnik Radio, la diplomatica ha accusato le forze ucraine di compiere “attacchi mirati e precisi, atti terroristici, piazzando mine, usando droni” e di tornare ripetutamente “sulle scene del crimine”, citando in particolare asili, scuole, ospedali, parchi giochi e mercati come obiettivi colpiti.
Un linguaggio che non lascia spazio a sfumature e che rientra nella consolidata strategia comunicativa del Cremlino: presentare l’Ucraina non solo come avversario militare, ma come attore responsabile di azioni sistematicamente dirette contro la popolazione civile. A rafforzare la denuncia è intervenuto anche Rodion Miroshnik, diplomatico russo incaricato per le presunte violazioni commesse da Kiev, secondo il quale nell’ultima settimana oltre venti civili sarebbero stati uccisi nelle regioni russe e più di centoventi feriti, tra cui sei bambini.
Accuse che Kiev respinge da mesi, sostenendo invece che sia Mosca a colpire infrastrutture civili e centri abitati. La guerra delle parole, in questo conflitto, corre parallela a quella combattuta sul terreno e si intensifica puntualmente nei momenti chiave del confronto diplomatico.
La mappa del conflitto: Mosca rivendica Kharkovka
Sul piano militare, la giornata è stata segnata da una nuova rivendicazione del ministero della Difesa russo: la conquista dell’insediamento di Kharkovka, nella regione di Sumy. Secondo Mosca, le unità del “raggruppamento settentrionale” avrebbero preso il controllo dell’area consolidando le proprie posizioni lungo il confine.
La regione di Sumy, nel nord-est dell’Ucraina, è tornata negli ultimi mesi al centro delle operazioni, con incursioni, bombardamenti e tentativi di avanzata che testimoniano una guerra ormai fluida, fatta di spinte e controspinte lungo un fronte che si estende per centinaia di chilometri. Le autorità ucraine non hanno immediatamente confermato la perdita dell’insediamento, mentre gli osservatori militari invitano alla cautela sulle rivendicazioni provenienti da entrambe le parti.
Il fronte Nato: l’Estonia apre all’opzione nucleare
A complicare ulteriormente lo scenario strategico è arrivata anche la presa di posizione dell’Estonia. Il ministro degli Esteri Margus Tsahkna ha dichiarato che Tallinn sarebbe pronta, se necessario, a ospitare armi nucleari alleate nell’ambito dei piani di difesa della NATO.
Intervistato dall’emittente pubblica ETV, Tsahkna ha chiarito che l’Estonia “non ha una dottrina che escluda il dispiegamento di armi nucleari sul proprio territorio” qualora l’Alleanza lo ritenesse necessario. L’obiettivo, ha aggiunto, resta invariato: “fare pressione sulla Russia e sostenere l’Ucraina”, con l’integrità territoriale di Kiev come “pietra angolare” della linea estone.
Si tratta di una dichiarazione dal forte peso politico, che si inserisce nel più ampio dibattito sul rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza atlantica. Per Mosca, ogni ipotesi di ulteriore dispiegamento militare Nato vicino ai propri confini viene letta come una minaccia diretta; per i Paesi baltici, al contrario, rappresenta una garanzia di sicurezza di fronte a un vicino percepito come aggressivo e imprevedibile.
Ginevra tra speranze e diffidenze
In questo contesto, il secondo round del trilaterale di Ginevra assume un valore che va oltre il mero confronto tecnico. La Svizzera torna a essere teatro di una diplomazia silenziosa ma cruciale, con Washington che cerca di sondare margini di intesa, mentre Mosca e Kiev mantengono posizioni pubbliche rigidissime.
Le parole di Witkoff sui “progressi significativi” lasciano intravedere spiragli, ma l’inasprimento della retorica russa e le nuove mosse sul piano militare e strategico mostrano quanto fragile sia ogni tentativo di avvicinamento. La sensazione è quella di un negoziato che procede su un filo sottile: ogni avanzamento può essere neutralizzato, nel giro di poche ore, da un’escalation sul campo o da un’accusa incendiaria.
Ginevra, ancora una volta, è la cartina di tornasole di una guerra che alterna aperture e irrigidimenti, diplomazia e droni, parole di distensione e minacce nucleari. E mentre i delegati discutono, sul terreno il conflitto continua a dettare tempi e condizioni.
